I risultati delle prove nazionali sul frumento tenero biologico offrono nuove indicazioni agli agricoltori ma, per scegliere una varietà, non basta individuare quella che ha prodotto di più. Occorre considerare la stabilità delle rese, la disponibilità di azoto, le caratteristiche del terreno e, soprattutto, la sostenibilità economica della coltivazione.
È quanto emerge dal confronto con Giovanni Dinelli, professore ordinario dell’Università di Bologna e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari, al quale abbiamo chiesto di commentare i risultati della Rete nazionale di confronto varietale per la cerealicoltura biologica, coordinata dal CREA nell’ambito del Piano nazionale sementi biologiche.
Le prove pubblicate da Grano Italiano hanno registrato una produzione media di 4,57 t/ha, con differenze importanti tra gli ambienti, e un contenuto proteico medio del 10,3% sulla sostanza secca. Dati che pongono questioni agronomiche rilevanti, soprattutto per le aziende che devono programmare le prossime semine.
Perché il biologico richiede prove dedicate
Il primo elemento sottolineato da Dinelli riguarda la necessità di valutare le varietà nelle condizioni in cui saranno effettivamente coltivate.
«Non è detto che una varietà che funziona bene in convenzionale possa funzionare altrettanto bene in biologico», osserva. La differenza riguarda soprattutto la gestione della fertilità perché l’assenza di fertilizzanti azotati di sintesi nella gestione modifica profondamente le condizioni di nutrizione della coltura.
Una varietà selezionata per esprimere elevate produzioni in presenza di una disponibilità prontamente assimilabile di azoto potrebbe rispondere diversamente, quando la nutrizione dipende dalla mineralizzazione della sostanza organica.
Per questa ragione, l’attività e il rafforzamento di una rete specifica rappresenta un passaggio importante per la cerealicoltura biologica italiana. Dinelli ne riconosce il valore e auspica che possa progressivamente ampliarsi, aumentando il numero degli ambienti rappresentati e delle condizioni agronomiche considerate.
Nel biologico, infatti, non conta soltanto la varietà. Le rotazioni, la precessione colturale, le lavorazioni e le tecniche di controllo delle infestanti possono incidere sensibilmente sul risultato produttivo.
Il ruolo della disponibilità di azoto
La variabilità registrata nelle prove costituisce uno degli aspetti più interessanti. Le produzioni medie delle singole località sono comprese tra 2,92 e 7,18 t/ha, mentre il contenuto proteico della granella presenta differenze altrettanto significative.
Per Dinelli, una chiave di lettura fondamentale è rappresentata dalla disponibilità di azoto nel corso del ciclo colturale.
«Quando si fa concimazione organica, pur applicando una certa quantità di azoto, è la disponibilità dell’elemento ad avere un ruolo chiave e questa dipende da come quell’azoto viene trasformato dal terreno».
Il processo di mineralizzazione è condizionato dall’attività microbica, dalla temperatura, dall’umidità e dalle caratteristiche del suolo. Di conseguenza, anche apporti equivalenti di fertilizzante organico possono determinare risposte differenti, perfino in appezzamenti vicini.
Questa variabilità rende particolarmente importante conoscere la storia agronomica dei campi sperimentali. La presenza di una leguminosa nell’avvicendamento, ad esempio, può modificare la disponibilità di azoto per il cereale successivo, così come le lavorazioni possono influenzare l’insediamento della coltura e la competizione con le infestanti.
«Per interpretare correttamente le differenze tra località occorre conoscere gli elementi comuni del protocollo produttivo e gli eventuali adattamenti della gestione agronomica. Le informazioni consultate non consentono di verificarli pienamente e, quindi, di separare il contributo del clima, del suolo e delle tecniche colturali».
Sono elementi che, secondo Dinelli, meritano di accompagnare sempre più dettagliatamente i risultati delle prove, per renderli maggiormente rappresentativi delle condizioni operative delle aziende biologiche.
Proteine basse: non è soltanto un problema di resa
Il contenuto proteico medio del 10,3% rappresenta un altro dato sul quale riflettere, soprattutto per le produzioni destinate alla panificazione.
Tradizionalmente, all’aumentare delle rese può verificarsi una diminuzione della concentrazione proteica della granella, con il cosiddetto effetto di diluizione. Tuttavia, i risultati della rete mostrano situazioni che non sembrano spiegabili soltanto attraverso questo meccanismo.
Dinelli richiama, per esempio, il caso della località di Piovera (AL), dove ad una produzione relativamente contenuta si è associato un tenore proteico particolarmente basso. A Jesi (AN), invece, si sono ottenute produzioni elevate con valori proteici superiori.
«Di solito la proteina è alta quando si produce un po’ meno» ci spiega, osservando però che in queste prove il rapporto non appare sempre così evidente.
Ancora una volta, l’attenzione si concentra sulla nutrizione azotata. Non è sufficiente considerare quanto azoto viene apportato al terreno: occorre comprendere quando diventa disponibile e in quale misura la pianta riesce ad assorbirlo.
Per l’agricoltore biologico questo significa che la qualità della granella non dipende esclusivamente dal potenziale genetico della varietà ma anche dalla capacità del sistema colturale di sostenere la nutrizione nelle fasi determinanti per l’accumulo proteico.
Quali varietà scegliere per le prossime semine
Tra le varietà più produttive della rete figurano RGT Scrambler, con 5,50 t/ha, Minerva, RGT Montecarlo, RGT Propulso e SU Vermillon.
Ma come utilizzare concretamente queste informazioni?
«La scelta deve partire anche dalla destinazione commerciale: frumenti biscottieri e frumenti di forza rispondono a esigenze differenti e non possono essere valutati attraverso la sola graduatoria delle rese».
Dinelli suggerisce di non affidarsi esclusivamente alla graduatoria delle rese medie, soprattutto quando la rete dispone ancora di un numero limitato di ambienti e annate sperimentali.
«Sceglierei quelle che hanno dato un risultato più uniforme in diversi ambienti e non investirei tutto su una singola varietà».
La strategia proposta è semplice: diversificare, affiancando due o tre varietà e verificandone il comportamento nelle condizioni della propria azienda.
Su una superficie di dieci ettari, per esempio, si potrebbe destinare una parte a una varietà particolarmente produttiva e utilizzare la restante superficie per confrontare materiali che abbiano mostrato una buona regolarità di comportamento.
L’obiettivo non è necessariamente massimizzare la produzione di una singola campagna, ma ridurre il rischio e costruire nel tempo una conoscenza delle varietà più adatte ai propri terreni.
Una strategia che incontra tuttavia un limite pratico: la disponibilità commerciale delle sementi biologiche che, spesso, restringe le possibilità di scelta dell’agricoltore.
La vera sfida è la redditività
Il confronto sulle varietà conduce inevitabilmente a una questione più ampia: quanto può essere economicamente sostenibile coltivare frumento biologico?
Secondo Dinelli, il problema della redditività accomuna l’intero settore agricolo, indipendentemente dal metodo produttivo adottato.
Il biologico può beneficiare di prezzi superiori rispetto al convenzionale ma questo differenziale non garantisce automaticamente un reddito adeguato, soprattutto quando le produzioni sono contenute e i costi rimangono elevati.
Il richiamo è, quindi, alla necessità di affrontare il tema della distribuzione del valore lungo la filiera. I sostegni pubblici restano importanti ma non possono rappresentare l’unico strumento per assicurare la sopravvivenza economica delle aziende.
«Ci vuole anche un sistema che consenta all’agricoltore di vendere al giusto prezzo quello che produce», sottolinea Dinelli.
A complicare ulteriormente la programmazione interviene l’incertezza meteorologica, con temperature anomale ed eventi meteorologici estremi che possono compromettere le produzioni e aumentare la variabilità dei risultati.
In questo scenario, la scelta varietale diventa uno strumento di gestione del rischio ma non può risolvere da sola le difficoltà economiche della cerealicoltura.
La prospettiva indicata da Dinelli è, dunque, duplice: investire nella ricerca varietale specifica per il biologico e, contemporaneamente, costruire condizioni economiche che consentano agli agricoltori di valorizzare le produzioni. Perché una varietà agronomicamente interessante diventa una scelta realmente sostenibile soltanto quando contribuisce anche al reddito aziendale.
Autore: Azzurra Giorgio
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