Sul Cbam il governo ha speso molte parole, arrivando a sostenere che è stato sospeso: non è vero, ma è bastato l’annuncio per tacitare i commentatori. Intanto, i prezzi internazionali dei mezzi tecnici sono rimasti alti, mentre sempre più si è allargata la forbice rispetto ai prezzi dei cereali e del mais che puntano verso il basso.
Ma ecco che a inizio marzo scoppia la crisi vera in Iran con i bombardamenti su Teheran: ci sono le condizioni per la tempesta perfetta, i concimi vengono acquistati a prezzi sempre crescenti, senza il dovuto supporto dal punto di vista dei prezzi del prodotto finito (cereale o mais che sia). La macchina logistica del porto di Ravenna è messa in croce con tempi di attesa – tra le tre e le quattro settimane -, ma si macina un volume record per i due mesi che comunque storicamente rappresentano il picco della stagione. Maggio è il mese in cui si completa l’approvvigionamento dell’azoto da parte della catena distributiva e in cui, di solito, da Ravenna partono decine di migliaia di tonnellate di urea verso la pianura padana, dal Piemonte, passando per la Lombardia, il Veneto e il Friuli: quest’anno non esce niente dai magazzini ravennati.
Risultato? Gli agricoltori abbandonano la concimazione di copertura sul mais e si dispongono a rinunciare a quella di presemina sul grano per la stagione autunnale attuale e non solo quella, con i conseguenti probabili impatti sulla qualità dei prossimi raccolti in termini di resa e proteine. Tra annunci di pace e di guerra, il mercato oscilla vorticosamente e la campagna mais della primavera 2026 va a pallino. L’urea perde 400 usd/ton arrivando a valere 390 FOB a fine Giugno: i magazzini, riempiti a ben altri prezzi, restano pieni, impedendo l’arrivo di merci a prezzi inferiori, in attesa della prossima stagione.
Anche l’eliminazione dei dazi, limitata da contingenti di entità modesta per quanto riguarda i prodotti provenienti dalla Cina (fondamentalmente, solfato ammonico) in questo scenario risulta inutile, poiché l’urea e il fosforo ad oggi accessibili (al netto delle sanzioni contro russi e bielorussi) sono per lo più prodotti da Paesi già da molti anni privi di dazio come Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria. Insomma, gli aiuti arrivano quando non servono ed anzi intervengono in un momento in cui, per le ragioni di cui sopra, l’acquisto non ha altro fine che quello speculativo (volto alla campagna successiva) e in cui i prezzi sono poco interessanti. Aggiungiamoci che per avere l’aiuto bisogna fare l’F24… questo sconosciuto (in agricoltura).
Arriviamo all’oggi: abbiamo i magazzini pieni di merce costosa da vendere in perdita a una filiera che non chiede neanche i prezzi. Gli agricoltori seminano ormai il grano senza fosforo; il CBAM va peggiorando, con il valore della CO2 che cresce nel corso dell’anno dai 75 eur/ton di Q1 e Q2, e passa a oltre 82 eur/ton (+9% circa) per quanto concerne il definitivo di Q3 e per quanto riguarda il valore attuale si posiziona a oltre 85 eur/ton nei pochi giorni di ottobre.
Il gas, intanto, galoppa oltre gli 80 eur/MWh; le principali produzioni di azoto e ammoniaca in Europa sono spente, per cui è difficile pensare che i prezzi possano flettere nei mercati europei (nonostante tra Cinesi e Indiani l’urea cambi di mano a valori vili, dell’ordine di 350 usd/ton come da ultimo recentissimo tender); non c’è zolfo nel mondo (per via del crollo della capacità russa di raffinare il crude oil) e dunque non c’è possibilità che il prezzo dei prodotti fosfatici scenda.
In questo quadro accade l’impensabile: si inizia a puntare addirittura sulla carestia. Ovvero, se i russi e gli ucraini non potranno produrre, o comunque esportare dal Mar Nero (dove le navi sono ormai bersagli mobili per i droni di entrambe le parti) il loro grano e il loro mais, davvero il prezzo di questi prodotti non potrà che salire. Assurdo?
Autore: Aldo Giglioli, Algio
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