Il 20 febbraio a Bologna si è tenuto il convegno “Suoli, agricoltura rigenerativa e sviluppo rurale: un’integrazione possibile”, un momento di confronto tecnico che ha messo al centro il ruolo strategico del suolo nella transizione agricola. Non un dibattito ideologico, ma un’analisi concreta su carbonio organico, biodiversità microbiologica, stabilità produttiva e sostenibilità economica. Temi che, per chi coltiva frumento duro o tenero, non sono affatto teorici: riguardano la gestione quotidiana del terreno, la resilienza alle anomalie climatiche e la tenuta delle rese.
Tra i relatori, Pierluigi Meriggi, Portfolio & Value Chain Manager di Horta Srl e Accademico Ordinario dell’Accademia Nazionale di Agricoltura, tra gli organizzatori del convegno, ha chiarito cosa significhi davvero applicare i principi dell’agricoltura rigenerativa in un’azienda cerealicola.
Rigenerativa: un approccio di sistema, non di singola coltura
Il primo punto da comprendere è che la rigenerazione non si misura su una singola annata agraria. «Affinché abbiano un effetto positivo sull’agroecosistema, le azioni pratiche dell’agricoltura rigenerativa si applicano a livello del sistema colturale, non di una singola annata o coltura. Ad esempio, la stabilità o l’aumento del carbonio organico nel suolo deve essere confermato nel medio-lungo periodo, agendo con pratiche che possono essere applicate in momenti e su specie diverse».
Per il cerealicoltore significa ragionare in termini di rotazione, gestione dei residui, lavorazioni, equilibrio tra apporto e mineralizzazione della sostanza organica. E’ evidente come non esista una “ricetta rapida”: la dinamica del carbonio nel suolo richiede continuità e coerenza tecnica.
Le tre pratiche applicabili da subito nel frumento
Scendendo sul piano operativo, Meriggi individua tre azioni compatibili anche con un’azienda a rotazione tradizionale, senza stravolgere l’assetto produttivo.
«Per quanto riguarda il frumento, tre pratiche sono compatibili e da subito realizzabili: i) semina con minima lavorazione o semina su sodo; ii) incorporamento dei residui vegetali delle colture precedenti o apporto di sostanza organica e iii) realizzazione di colture da sovescio nella rotazione (cover crops) o inserimento delle leguminose».
La minima lavorazione e la semina su sodo diventano particolarmente interessanti nelle annate con autunni piovosi, sempre più frequenti anche nelle aree tradizionalmente asciutte. L’incorporamento dei residui e l’apporto di sostanza organica incidono sulla struttura e sulla capacità di ritenzione idrica del suolo. Le cover crop e le leguminose, infine, migliorano la fertilità azotata e spezzano i cicli dei patogeni.
Transizione e rese: rischio reale o timore eccessivo?
Uno dei punti più sensibili per chi coltiva frumento riguarda la stabilità delle rese nei primi anni di transizione. L’introduzione di cover crop, minime lavorazioni o una riduzione della chimica di sintesi può comportare un calo produttivo?
La posizione espressa al convegno è chiara. «Se l’applicazione delle pratiche dell’agricoltura rigenerativa non è interpretata in modo rigido ma con la giusta flessibilità e seguendo i principali principi agronomici, non dovrebbero esserci effetti negativi sulla resa. Al contrario, si dovrebbero verificare effetti positivi».
La parola chiave, quindi, resta la flessibilità. L’agricoltura rigenerativa non può essere applicata come uno schema fisso ma deve adattarsi al contesto pedoclimatico e aziendale.
Un esempio concreto riguarda le lavorazioni in presenza di precipitazioni anomale: «ad esempio, se consideriamo le anomalie in termini di precipitazioni meteoriche nel periodo autunnale che rendono problematiche le lavorazioni del terreno per la semina dei cereali, questi ultimi beneficiano in termini di produttività delle pratiche di “minimum tillage” o di semina su sodo».
In altre parole, ciò che nasce come scelta ambientale può diventare un vantaggio agronomico diretto.
Sostenibilità economica: la produttività resta centrale
Per il cerealicoltore, tuttavia, la questione decisiva è il reddito. La sostenibilità ambientale non può prescindere da quella economica. Come conclude Pierluigi Meriggi, «la sostenibilità economica si tutela con la stabilità o aumento della produttività».
Il messaggio è lineare: se le pratiche rigenerative migliorano la resilienza del suolo, la gestione idrica e l’efficienza nutrizionale, l’effetto atteso è una maggiore stabilità produttiva nel medio periodo. E, in un contesto di volatilità climatica e di mercato, la stabilità vale quanto – se non più – del picco produttivo.
Autore: Azzurra Giorgio
Puoi seguirci anche sui social, siamo su Facebook, Linkedin e Instagram



