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CHI SI ARRICCHISCE SULLA QUALITÀ?

Le riflessioni di un cerealicoltore sui dati emersi ai Durum Days

A Foggia si è appena concluso l’annuale appuntamento col Durum Day e dev0 dire che quanto emerso non mi ha sorpreso ma mi ha deluso. La produzione italiana è stimata in aumento rispetto all anno precedente, circa 3,8 milioni di tonnellate , anche se altri soggetti la vedono in ribasso, ovvero 3,2 milioni tonnellate. Con molte probabilità la verità sta nel mezzo. L’Italia sconta un calo delle semine ma i campi che fino a qualche settimana fa si presentavano in ottime condizioni negli ultimi giorni non sembrano più ottimali:ritorno di freddo e eccesso di umidità stanno minando le migliori previsioni e con molte probabilità avremo una produzione similare a quella del 2025.

Ettari spariti

Nell’ascoltare la carrellata di interventi stupiscono alcune dichiarazioni. Iniziamo dai numeri pugliesi. La provincia di Foggia, secondo le rilevazioni Istat, sembra aver perso 40.000 ettari coltivati a durum, lo stesso Crea si chiede dove siano finite visto che non si registrano aumenti di investimenti su altre cultivar… Ma dove possono essere andati a finire? Il durum è la reginetta dei cereali e come si dice se Sparta piange non è che Atene fa festa: quei campi – sempre che le rilevazioni Istat siano esatte – sono vuoti.

Fantomatica qualità

Poi c’è chi dice di essere interessato alla produzione italiana, ma che gli agricoltori devono impegnarsi sul versante qualità, come fanno all estero: qui la domanda sorge spontanea, per estero cosa si intende? Il Canada? Bene, se è così come mai dai certificati di esportazione canadese si evince che l’industria molitoria acquista da quel paese grano prevalentemente di secondo grado? L’equivalente del nostro buono mercantile… con un particolare: si differenzia dal primo grado per un contenuto proteico inferiore 12,5% contro il 13% del primo grado, ma a differenza del nostro grano con una presenza di cariossidi fusariate superiore al primo grado; ciò può indicare una presenza di DON, la temibile micotossina, più alta, seppur entro i termini di legge, rispetto al primo grado. Ebbene, quel contaminante non è presente  nelle nostre granelle: allora di quale qualità si sta parlando?

Quella reclamata dai consumatori che pretendono sul tavolo un prodotto sicuro sotto il profilo sanitario esente da residui o quella dei fatturati industriali?

Non vogliamo pensar male, ma se ci vogliamo togliere il dubbio è sufficiente che l’acquirente del grano canadese esibisca i certificati doganali di scarico con le analisi su proteine, Don e altri contaminanti, tipo il glifosate… In questo modo capiremmo meglio il concetto di qualità richiestoci  e noi agricoltori ci adegueremmo. Qualcuno obietterà che, anche se presenti alcuni contaminanti, essi sono entro i termini di legge: vero, ma il contenuto di DON che l’Ue ha provveduto ad abbassare qualche anno fa, se lo cerchiamo nelle nostre granelle, scopriamo che si aggira tra l’infimo e l’inesistente, così come sul glifosate non c’è partita: noi siamo a ZERO. Insomma, queste caratteristiche del grano made in Italy varranno pur qualcosa oppure sono insignificanti?

Filiere, ma non per tutti

Non ci appassionano le “soluzioni” emerse al Durum Day, come l’appello generico a puntare sulle filiere per sostenere la produzione interna: non possiamo scordare che le filiere hanno come parametro di riferimento prevalentemente il contenuto proteico, un parametro difficilmente raggiungibile nel Sud Italia; sul perché sono scritti interi trattati agronomici che qualcuno farebbe bene a leggere prima di avventurarsi in certi discussioni. Osservo anche che il governo finanzia appena 100.000 ettari l anno di filiere: l’altro milione di ettari coltivati a durum figlio di chi è? 

Eppure, torno a scriverlo, degli oltre 3,6 milioni di tonnellate prodotte in Italia non un chicco viene buttato: allora questo grano italiano che dovrebbe “puntare sulla qualità” è buono o non è buono? E se non è buono perchè viene comprato tutto a prezzi di fame? Per chi si avventura a coltivarlo, oggi il frumento duro significa aumentare i costi di produzione con i rischi totalmente a suo carico: i pochi euro in più percepiti sulla filiera spesso servono solo a coprire quei costi in più. A cosa serve una filiera che non copre alcun rischio e riserva ogni beneficio al compratore?

Il capolavoro Cun

E la CUN? La CUN è la massima espressione dell’improvvisazione italiana nel settore agricolo, un ircocervo in cui hanno riposto le proprie speranze migliaia di agricoltori , colpevoli di non aver mai aperto un libro di economia. Ma noi passiamo la giornata nei campi e ci aspettiamo che altri studino e costruiscano istituti giuridico economici all’altezza della situazione. Politici e sindacati che avevano cantato le lodi della Cun come se ci si  apprestasse al ritorno di  Ulisse ad Itaca per liberarla dai malvagi speculatori trafficanti  di grano, sanno come funziona il mercato del frumento?  

Qualcuno si è accorto che altrove su scala globale i listini del durum , da quando è stata varata la CUN, sono stabilmente fissi da settimane su alcuni valori  mentre la CUN continua a cedere valore seduta dopo seduta? In base a quale ragionamento si svaluta il grano italiano se quello estero non si muove? Oggi apprendiamo che è avviato un ricorso presso il Consiglio di Stato: è l’ennesimo sgangherato tentativo di intorbidire le acque?

Sbagliare è umano , perseverare è diabolico… Noi agricoltori , ormai fatti fuori da ogni contesto di dibattito pubblico se non allineati al sistema, vogliamo ricordare a tutti che l’Europa nel 1967 si fornì di uno strumento che serviva a proteggere il reddito degli agricoltori dall’eccessiva volatilità del mercato, la PAC. Essa ha funzionato benissimo fino al 2005, poi da li , grazie all introduzione del sistema disaccoppiato  è stato un continuo scivolare verso il baratro. Invece di rincorrere feticci e fantasie astruse, si ridia alla PAC la sua funzione originale.

Autore: Domenico De Francesco, cerealicoltore di Atessa

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