Il prezzo del grano duro non è mai stato una semplice cifra da listino della borsa merci. In Italia, e specialmente nel Mezzogiorno, rappresenta il termometro della stabilità sociale, il motore dell’economia agricola e lo specchio del potere d’acquisto nazionale. Ripercorrere la storia dei prezzi all’origine tra il 1970 e il 1985 significa fare un viaggio a ritroso in un’Italia sospinta dai venti della crisi geopolitica e deformata da un’inflazione a due cifre che gonfiava i prezzi nominali svuotando, al contempo, le tasche dei cittadini.
Crescita negli anni 80
L’ingresso nei primi anni ’80 non frenò la corsa nominale dei prezzi, ma ne cambiò le regole del gioco. Tra il 1980 e il 1985 il prezzo del grano registrò una crescita costante, muovendosi in una forchetta compresa tra le 30.000 e le 52.500 lire al quintale (l’equivalente nominale di circa 0,15 – 0,27 euro al chilo). Tuttavia, non si trattava più solo di dinamiche di mercato, ma di un sistema pesantemente regolato. Era l’era d’oro della PAC (Politica Agricola Comune) della Comunità Economica Europea (CEE). Per proteggere gli agricoltori dalle oscillazioni internazionali, Bruxelles garantiva un “prezzo d’intervento”: un paracadute minimo sotto il quale il grano non poteva scendere. A questo si aggiungeva una forte integrazione di prezzo (aiuti ad ettaro) specifica per i produttori delle zone svantaggiate del Centro-Sud. Il picco si registrò nel 1981, quando la pregiata varietà Creso toccò le 52.500 lire al quintale. Negli anni successivi, tra siccità e svalutazioni della Lira, il prezzo si stabilizzò tra le 40.000 e le 48.000 lire, chiudendo il 1985 con una media nazionale di circa 45.000 lire (23 centesimi di euro). Un valore che permetteva ai cerealicoltori di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto reale, protetti dallo scudo protettivo europeo.
Il caso Federconsorzi
Nel 1991 con la chiusura della Federconsorzi (Fedit) si e’ avuto un vero e proprio terremoto per l’agricoltura italiana, provocando sul mercato del grano duro un impatto devastante a breve e lungo termine. La Federconsorzi non era un semplice ente commerciale, ma un colosso parastatale che gestiva l’ammasso, lo stoccaggio, il finanziamento e la vendita del grano per conto di centinaia di migliaia di agricoltori. Il suo fallimento lasciò i produttori di cereali completamente esposti alle speculazioni del libero mercato. Prima del 1991, la Federconsorzi agiva come un “ammortizzatore”. Ritirava il grano dai coltivatori al momento del raccolto (giugno-luglio), pagando loro un anticipo garantito e stoccando il cereale nei silos dei Consorzi Agrari Provinciali. Il grano veniva poi venduto ai pastifici gradualmente durante l’anno, evitando che l’eccesso di offerta estiva deprimesse i prezzi. cosa successe nel 1991: Con il blocco dei conti correnti e il commissariamento dell’ente, i rubinetti del credito si chiusero di colpo. Gli agricoltori si ritrovarono nel pieno della mietitura senza l’anticipo finanziario della Federconsorzi e senza sapere a chi consegnare il grano. Presi dal panico e dal bisogno immediato di liquidità per pagare i debiti (e i concimi), i produttori svendettero il grano duro ai commercianti privati e ai grandi grossisti industriali. Questo causò un crollo istantaneo dei prezzi all’origine, stimato dalle cronache dell’epoca in una perdita secca tra i 500 e i 1.000 miliardi di vecchie lire per le campagne italiane.
La svolta del 1992
Nel 1992 la svolta fu epocale. La Riforma Mac Sharry della Politica Agricola Comune (PAC) tagliò drasticamente i prezzi d’intervento garantiti (ridotti di quasi il 30% per i cereali) per allinearli ai prezzi più bassi del mercato mondiale Il calo del prezzo alla produzione venne compensato da aiuti diretti al reddito degli agricoltori basati sugli ettari coltivati, slegati dalla quantità effettiva di grano prodotta Se da un lato questo salvò i bilanci aziendali, dall’altro causò il definitivo crollo del prezzo commerciale della materia prima: nel 1995 il grano duro valeva 16 centesimi al chilo, fino a toccare il minimo storico nel biennio 2005/2006 a quota 12-15 centesimi al chilo (pari a circa 24.000-29.000 vecchie lire al quintale). Il nuovo millennio è diventato così l’era della forte volatilità. Si sono registrati picchi storici straordinari, come nel 2007/2008 e nel 2021/2022 quando, a causa delle gravi siccità in Canada, del rincaro dei fertilizzanti e delle tensioni geopolitiche, il prezzo ha superato i 50-55 centesimi al chilo (oltre 500 euro alla tonnellata). Fiammate destinate però a spegnersi ciclicamente: esaurite le crisi, i listini delle principali piazze italiane come Foggia o Bologna sono tornati a scendere, assestandosi in una forbice più ossigenata ma instabile compresa tra i 28 e i 30 centesimi al chilo.
Crolli verticali
Esaurito il vecchio sistema di protezione europeo, il mercato è mutato profondamente, trasformandosi in un sistema instabile caratterizzato da fiammate speculative improvvise e crolli verticali. Il grano duro italiano si è scoperto improvvisamente dipendente dalle quotazioni internazionali – in primis dalle borse merci di Chicago e del Canada – e dalle importazioni dall’estero. Paradossalmente, le cronache recenti mostrano che il prezzo del grano ha spesso ricalcato, in valore assoluto, le stesse cifre di metà anni ’80 (intorno ai 23-25 centesimi al chilo), ma in un contesto di costi di produzione odierni infinitamente superiori. Un dato che fa riflettere su come l’oro giallo d’Italia abbia perso, nel corso dei decenni, quel peso economico che un tempo faceva tremare i mercati e la società. Questa evoluzione cinquantennale lascia in eredità una profonda e irrisolta sproporzione commerciale.
Il paradosso
Per oltre vent’anni il prezzo all’origine del grano duro è rimasto quasi identico (o persino inferiore) a quello del 1985. Al netto dell’inflazione, il potere contrattuale dei cerealicoltori è stato eroso in modo drammatico. Al contrario, nello stesso arco temporale, il prezzo al consumo dei prodotti trasformati come il pane e la pasta è aumentato in modo esponenziale. Un paradosso economico e sociale che dimostra come l’oro giallo d’Italia, un tempo capace di far tremare i mercati e scatenare rivolte nelle piazze, sia diventato l’anello debole di una filiera globale che penalizza la terra e non sconta nulla al consumatore finale.
Autore: Salvatore Ferrara, imprenditore agricolo di Villadoro (Enna)
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