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TITANIC CUN

La Cun potrebbe naufragare prima del raccolto?

Sono settimane che il ministro Lollobrigida non pronuncia più la parola “grano”. Tace anche la Coldiretti, accusata di aver ispirato la nascita della Cun del duro. La ragione del silenzio sono i listini, mai così bassi, della Commissione creata per chiudere le borse del grano duro (Foggia e Bologna) e controllare le quotazioni del mercato del cereale più iconico d’Italia. O almeno, questo era il progetto politico, miseramente naufragato contro l’iceberg del mercato, che non si lascia condizionare e, facendosi beffe dei costi Ismea, è precipitato ben sotto la soglia dei 30 euro al quintale. Sarà un caso, ma il sottosegretario La Pietra non si è fatto neppure vedere ai Durum Days, ancorché atteso: Fratelli d’Italia considera perso l’elettorato dei duristi e dei cerealicoltori in genere. Più o meno la stessa cosa che pensano in Coldiretti, dove tutte le attenzioni sono per gli allevatori e il biologico di Stato, dopo la nomina di Prandini all’Aia e la svolta green di Bonifiche Ferraresi (CAI). Si potrebbe dire che esista una massa di aziende e di imprenditori lasciata a se stessa, priva di rappresentanza politica (visto che la stragrande maggioranza dei cerealicoltori ha votato la Meloni) e sindacale (considerata la diffusione della bonomiana tra le piccole e medie aziende). Sicuramente non sarà facilmente colmato: i sindacati di base fanno tanto rumore ma poche tessere e i competitor della destra non sanno neanche da che parte iniziare un dialogo con le campagne, visto che in tutto il centrosinistra solo De Castro c’azzecca. Ragion per cui è facile prevedere che Lollo e la Coldiretti scommettano sull’ammuina per far passare ‘a nuttata. E che abbiano pure ragione a farlo, per assenza di visione politica di tutte le parti politiche e sindacali. Diciamo la verità, nessuno sa come risollevare i prezzi del grano. Siamo costretti a produrre per il mercato globale a costi superiori alla concorrenza: anche il pugile più forte, se gli leghi entrambe le mani, dopo un po’ finisce al tappeto. In un’economia liberale come quella in cui viviamo, gli aiuti pubblici non sono una soluzione, come non lo è il reddito di cittadinanza. Urge una riflessione sul modo di stare in Europa, sulla meccanizzazione, sulla commassazione delle aziende e sulle politiche green. Il resto è chiacchiera politica e lo dimostra il trend dei prezzi, talmente deludente che neanche le istituzioni controllate dal Ministero dell’agricoltura tacciono la situazione: per Ismea, l’indice del clima di fiducia del settore cereali è -14,6% e quello dell’industria molitoria -12,6. Le quotazioni locali sono tutte sotto i costi che la stessa Ismea ha quotato.

Altragricoltura denuncia

Il sindacato di base Altragricoltura denuncia che l’industria importa a mani basse facendo crollare le quotazioni proprio all’inizio della mietitura. «A Milano, il Fino Nord è sceso da 279,50 a 272,50 euro alla tonnellata. Ad Altamura, il Fino nazionale è passato da 284,50 a 280,50 euro alla tonnellata. Peggio presso la CUN Sud Italia, il Fino è calato da 279,50 a 271,50 euro alla tonnellata. Nel giro di poche settimane il mercato ha registrato riduzioni comprese tra il 2% e il 5%, proprio mentre le prospettive qualitative nazionali miglioravano. Per molti produttori questi valori risultano difficilmente compatibili con i costi sostenuti per energia, fertilizzanti, lavorazioni, meccanizzazione e servizi». Polemizza con il Crea che aveva descritto un raccolto positivo, ma l’obiettivo delle accuse sono i mulini: «la previsione di consistenti volumi in arrivo, soprattutto in prossimità dell’avvio della raccolta nazionale, contribuisce a modificare il clima di mercato e le aspettative commerciali, incidendo negativamente sui listini all’origine». Contrariamente alle dichiarazioni dell’industria, Altragricoltura denuncia «la natura speculativa del mercato ormai sempre meno legato ai fattori della produzione». La richiesta alle istituzioni è di «comprendere meglio gli effetti che una forte concentrazione temporale degli arrivi può avere sulle dinamiche di mercato in una fase particolarmente delicata per il settore cerealicolo e, una volta preso atto che si tratta di una dinamica di dumping puro, agire conseguente mettendo in campo strategie conseguenti anche intervenendo sugli strumenti legislativi e comunque sul sistema dei controlli assolutamente inadeguati».

Grano Salus fa ricorso

Un altro affondo viene da Grano Salus. L’associazione legata A maggio 2026, l’associazione Granosalus – legata al senatore Saverio De Bonis, che aveva ideato la Cun ma ora la disconosce – ha depositato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, per chiedere l’annullamento del decreto sulla nuova Commissione Unica Nazionale del grano duro, in quanto il nuovo sistema di formazione dei prezzi sarebbe illegittimo e svantaggerebbe gravemente i produttori del Sud Italia. Come capirete benissimo, sono nobili tentativi di difendere il settore ma anche pallottole spuntate di fronte alla potenza di fuoco dell’industria che propone agli agricoltori, come via d’uscita, di entrare nei contratti di filiera, uno strumento obiettivamente sbilanciato, che diventa interessante solo in presenza di aiuti pubblici, con tutti i limiti che conosciamo. La soluzione cooperativistica, adottata in altri Paesi con un certo successo, da noi non ha attecchito e il conto deposito mostra la corda, anche perché inglobato in una organizzazione che sta procedendo a passo spedito verso la finanziarizzazione dell’attività agricola.

La Cia si smarca?

Aggiungiamoci che il fronte sindacale si sta spezzando. La Cia marchigiana è sul piede di guerra da settimane e quella sarda oggi mette apertamente sotto accusa la Cun. «Se le tendenze attuali non verranno invertite con urgenza, il vero problema del prossimo futuro non sarà il valore di mercato del grano, ma l’assoluta mancanza di agricoltori disposti a seminarlo. Il drammatico grido d’allarme arriva da Cia-Agricoltori Italiani Cagliari Sud Sardegna, che fotografa una realtà al collasso per le campagne isolane, con particolare sofferenza nel Medio Campidano» leggiamo sul sito della federazione. Mantenendo gli stessi 28mila ettari coltivati in Sardegna, il comparto si trova a fronteggiare un deficit di 12 euro al quintale, traducendosi in una perdita secca di 360 euro per ettaro e un profondo rosso complessivo regionale superiore ai 10 milioni di euro. Una dinamica che di fatto istituzionalizza il fallimento della cerealicoltura sarda. «Al centro della dura contestazione di Cia si posiziona la Commissione Unica Nazionale (CUN). Nata con il mandato teorico di garantire trasparenza, equità e tutela per la parte più vulnerabile della filiera – i produttori -, sta producendo l’effetto diametralmente opposto. Invece di correggere le storture del mercato e bilanciare i rapporti di forza, l’organismo si è trasformato in un mero registratore passivo delle dinamiche al ribasso, finendo per schiacciare i listini. Secondo la CIA Cagliari Sud Sardegna, la questione ha ormai superato i confini tecnici per diventare un’emergenza prettamente politica, in cui il rischio d’impresa viene scaricato interamente ed esclusivamente sulle spalle dei coltivatori.

Per uscire dall’emergenza e restituire dignità economica al lavoro nei campi, la Confederazione formula tre precise e non rinviabili richieste di intervento istituzionale:

•          Riforma Radicale della CUN:  La Commissione deve abbandonare il ruolo di spettatore passivo e riassumere una funzione attiva di bilanciamento della filiera agroalimentare.

•          Meccanismi di Salvaguardia Cogenti: Introduzione di tutele vincolanti che aggancino i prezzi minimi di vendita ai costi vivi di produzione, dando piena e reale efficacia al Decreto Legge in materia di contrasto alle pratiche commerciali sleali.

•          Tracciabilità Totale dei Prodotti Sardi: Una legge rigorosa che vincoli i disciplinari di produzione dei “prodotti tradizionali sardi” all’utilizzo esclusivo di materie prime coltivate in Sardegna, grano incluso» conclude l’organizzazione.

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