Al Food&Science Festival 2026 di Mantova si è parlato anche di una sfida che potrebbe cambiare il modo stesso di coltivare il frumento: le varietà perenni. Siamo abituati a pensare al grano come a una coltura annuale, da seminare in autunno e raccogliere tra tarda primavera ed estate. Poi il ciclo finisce e l’anno successivo si ricomincia.
La ricerca sui grani perenni prova a rompere questo schema. L’idea è semplice da raccontare, ma difficile da realizzare: selezionare frumenti capaci di ricacciare dopo la raccolta e restare produttivi per più anni consecutivi.
Per l’agricoltore significherebbe seminare meno spesso, ridurre le lavorazioni e mantenere il terreno coperto più a lungo. In un’agricoltura che deve conservare fertilità, limitare l’erosione e resistere meglio agli stress climatici, la prospettiva è molto interessante.
Perché interessa alla cerealicoltura
Il grano perenne non è solo una curiosità scientifica. È una risposta possibile a problemi concreti.
Un apparato radicale più persistente può contribuire a migliorare la struttura del terreno, aumentare la stabilità degli aggregati, favorire la vita microbica e proteggere la sostanza organica. Una coltura che resta in campo più anni può, inoltre, coprire il suolo per periodi più lunghi, riducendo il rischio di ruscellamento ed erosione.
C’è anche un aspetto economico favorevole. Meno semine e meno lavorazioni possono significare meno costi, dai carburanti, alla manodopera, alle ore macchina. Sono elementi importanti soprattutto in una fase in cui la cerealicoltura deve fare i conti con margini ridotti e prezzi di mercato instabili. Il limite, oggi, resta però è legato al fatto che i grani perenni non sono ancora competitivi con i frumenti annuali moderni sul piano della resa.
La ricerca italiana sui grani perenni
Un lavoro importante arriva dall’Università di Parma, nell’ambito del progetto PRIMA “CHANGE-UP”, dedicato allo sviluppo di approcci agroecologici innovativi per aumentare la resilienza ai cambiamenti climatici nei Paesi mediterranei. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha coinvolto anche materiale sperimentale fornito dal CREA.
La ricerca ha studiato la rizosfera dei grani perenni, cioè l’ambiente che si sviluppa attorno alle radici. È lì che avvengono molte delle interazioni più importanti tra pianta, suolo e microrganismi. Capire che cosa accade nella rizosfera significa comprendere meglio se questi materiali possono sostenere sistemi agricoli più resilienti.
Secondo quanto riportato dall’Università di Parma, alcune linee ibride di grani perenni possono ricrescere dopo la raccolta ed essere produttive fino a quattro anni consecutivi senza reimpianto, pur presentando rese ancora inferiori rispetto alle colture annuali. È proprio questo il nodo tecnico: il potenziale agronomico c’è, ma deve ancora essere trasformato in convenienza aziendale.
Non solo campo: conta anche la qualità
Un grano può essere sostenibile in campo ma deve funzionare anche nella filiera. Per questo la ricerca non può limitarsi alla capacità della pianta di sopravvivere più anni. Deve valutare anche la qualità della granella, il contenuto proteico, le caratteristiche tecnologiche e la possibilità di ottenere farine o semole adatte alla trasformazione.
Il tema è particolarmente importante per l’Italia, dove il frumento non è solo una commodity ma entra in filiere molto esigenti: pane, pasta, prodotti da forno, farine speciali. Una varietà perenne dovrà, quindi, dimostrare di essere interessante non solo per l’ambiente ma anche per molini, pastifici e panificatori.
In questa fase, è probabile che i primi spazi possano aprirsi in prodotti specifici, miscele, farine integrali o nicchie ad alto valore. E’ più difficile immaginare, almeno nel breve periodo, una sostituzione diretta dei frumenti annuali oggi coltivati su larga scala.
Una promessa, non una scorciatoia
Per gli agricoltori italiani, il grano perenne non è ancora una soluzione pronta ma una traiettoria di ricerca.
Tuttavia, essa è coerente con molte esigenze della cerealicoltura mediterranea: suoli più fragili, estati più calde, alternanza tra piogge intense e periodi asciutti, necessità di ridurre i costi colturali e aumentare la resilienza dei sistemi produttivi.
Il miglioramento genetico dovrà, quindi, lavorare su tre obiettivi: aumentare la resa, stabilizzare la perennità e migliorare la qualità della granella. Solo quando questi tre elementi si incontreranno, il grano perenne potrà uscire dalla fase sperimentale e diventare una reale opzione agronomica.
Fino ad allora, resta una delle sfide più affascinanti della genetica del frumento: non solo produrre di più ma cambiare il modo stesso in cui una coltura vive nel campo.
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