I costi di produzione del grano duro italiano, così come altri seminativi, sono diventati insostenibili. L’unica voce che non aumenta sono i prezzi di acquisto. Senza la possibilità di far tornare i conti, l’agricoltura non sta più in piedi e viene meno il suo ruolo fondamentale di produrre cibo e custodire il territorio. Il problema riguarda la sicurezza alimentare del nostro Paese; una riflessione profonda da parte di tutti gli attori della filiera è necessaria, purché ne possano seguire presto azioni efficaci.
Abbiamo parlato del futuro prossimo della coltivazione dei cereali, in particolare del grano duro (Triticum turgidum var. durum) con Giampietro Gattari, titolare insieme alla sorella Rosita dell’Agriturismo Nonno Girò, azienda agricola storica del comune di Tolentino (MC), in un territorio collinare dalle caratteristiche e vocazionalità uniche, a metà trada tra l’Appennino Centrale e il Mar Adriatico.
Un’azienda storica che tiene il passo con i tempi
Giampietro appartiene alla terza generazione di agricoltori nella famiglia Gratteri. Suo nonno era mezzadro, ossia portava avanti l’attività agricola con un contratto che era largamente utilizzato in varie regioni italiane prima dei mutamenti economici del Secondo Dopoguerra. Questo rapporto agrario di tipo associativo prevedeva che il proprietario del fondo rustico, il concedente, affidasse lo sfruttamento del bene fondiario ad una famiglia colonica rappresentata dal suo capo, il mezzadro, che si impegnava a coltivarlo. Sia il concedente sia il mezzadro dovevano concorrere alle spese generali e alla fornitura di mezzi agricoli, a cui seguiva la divisione dei prodotti e degli utili, di norma a metà o in accordo a specifiche disposizioni del contratto. La famiglia Gattari lasciò questa forma di conduzione nel 1968, quando il padre di Giampiero acquisì la proprietà dei primi due ettari e mezzo della futura azienda agricola.
Oggi l’azienda conduce 80 ettari in proprietà e 200 ettari in affitto. Il grano duro (Anvergur, Platone e Voilur) destinato alla pastificazione è certamente il prodotto di punta, ma stanno diventando sempre più rilevanti nell’organizzazione aziendale anche il frumento tenero (Apache e Bologna) e il farro.
L’evoluzione dell’azienda ha visto anche l’avvio della fornitura di servizi in conto terzi, in particolare per quanto riguarda le operazioni di mietitura e trebbiatura. Il servizio opera in media su 300 ha con una mietitrebbia autolivellante. Grazie all’impiego di pistoni idraulici in corrispondenza delle singole ruote, questa tipologia di macchinario permette di lavorare in perfetta orizzontalità con pendenze fino al 25 % procedendo secondo le linee di livello, del 10 % a rittochino. Con il disassamento delle ruote gli organi operatori – in particolare il sistema di pulizia – sono mantenuti in posizione corretta. Siamo in un territorio di natura collinare, in continuo sali-scendi, e questo è soltanto uno dei dettagli da considerare.

Costi di produzione fuori controllo
«Da queste parti l’aratura può essere effettuata solo in un senso, da monte verso valle; il ritorno al punto di partenza è a vuoto, senza operatività. Già qui si ha un raddoppio dei tempi di esecuzione e del gasolio consumato, rispetto alle condizioni di pianura.» È noto che la produzione agricola in collina e in montagna presenta problematiche specifiche che la portano ad essere meno competitiva. Questi territori, tuttavia, non hanno intenzione di rinunciare all’agricoltura, che costituisce una vera e propria base per il tessuto sociale; l’unica alternativa all’agricoltura è l’abbandono del territorio, che, considerando la crescente instabilità idrogeologica lungo tutta la Penisola, è uno scenario da evitare in tutti i modi possibili.
È così che – viste le difficoltà del contesto locale, oltre agli ultimi mutamenti nel panorama internazionale a cui sono seguiti aumenti esorbitanti dei prezzi dei fattori di produzione, fra cui carburanti e fertilizzanti – l’agricoltura di collina e montagna risulta ancora più fragile.
«Ho stimato che quest’anno i miei costi di produzione saranno di 1.450,00 € per ettaro. Le rese di grano duro che riesco ad ottenere per ogni ettaro vanno dai 30 ai 60 quintali, dipende dalla natura del terreno; posso dire che in media raggiungerò i 45 quintali ad ettaro. Da quel che ho potuto osservare, ritengo che il prezzo di vendita potrà attestarsi sui 20,00 € al quintale.» Racconta Giampietro, che proprio in questi giorni è impegnato con la raccolta dei cereali.
«Facendo i conti, avrò una perdita di 500,00 € ad ettaro. Fino a qualche anno fa, prima della pandemia, i costi di produzione si aggiravano tra i 600,00 e gli 800,00 € ad ettaro, con prezzi di 40,00 € al quintale.» Non soltanto i cereali soffrono dei bassi prezzi di vendita imposti dai mercati internazionali e dell’aumento dei costi di produzione.
Oltre al grano l’azienda produce favino, colza, girasole, erba medica e barbabietola, garantendo la successione colturale su tutta la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) messa a coltura. Per nessuno di questi prodotti l’annata in corso promette guadagni che oltrepassino i costi sostenuti. La preoccupazione riguarda in particolare la barbabietola, coltura che rischia di sparire a causa del prezzo di vendita dello zucchero, eccessivamente basso.
Buone pratiche per una maggiore sostenibilità, anche economica
La pratica dell’avvicendamento colturale può sembrare un’azione ovvia, costituisce invece una scelta di conduzione ambientale dal grande significato agro-ecologico, e anche economico. Presso l’azienda della famiglia Gattari lo schema della successione riflette una logica quadriennale classica.
Sono presenti colture da rinnovo, qui rappresentate dalla barbabietola, dal colza e dal girasole, che lasciano il terreno in buone condizioni di fertilità non tanto per virtù proprie, ma per la tecnica colturale che le caratterizza: lavorazioni, concimazioni, sarchiature… Gli effetti di questi interventi non si esauriscono con la fine del ciclo colturale, e vanno a beneficio delle semine e dei raccolti che seguiranno.
Le colture miglioratrici sono rappresentate dal favino e dall’erba medica, leguminose foraggere. Lasciano il terreno in condizioni migliori di come lo hanno trovato; sono protagoniste di questo gruppo le leguminose (famiglia Fabaceae) che attuano la fissazione simbiotica dell’azoto atmosferico. L’instaurarsi della simbiosi con batteri del genere Rhizobium, un microrganismo del suolo che trova ospitalità in particolari noduli della radice della pianta, è responsabile della trasformazione dell’azoto atmosferico (N2), che costituisce circa il 70% dell’aria che respiriamo, ma non è assimilabile dalle piante, in una forma che può essere utilizzata per la sintesi delle proteine. In cambio la pianta fornisce al microrganismo prodotti della fotosintesi, soprattutto zuccheri.
Le colture depauperanti sfruttano le risorse del suolo senza apportare beneficio alle successive, ne sono un tipico esempio il frumento e gli altri cereali da paglia.
l beneficio economico diretto consiste in un risparmio nei costi legati ad acquisto, trasporto e distribuzione dei prodotti, che siano organici o minerali. L’effetto dell’avvicendamento colturale sull’agro-ecosistema è però molto più complesso e comporta numerosi vantaggi difficilmente quantificabili, che non si possono apprezzare nel bilancio aziendale annuale, ma solo con una presenza pluriennale continua dell’attività agricola in un appezzamento o in un territorio.
L’avvicendamento delle colture contrasta la stanchezza del terreno, il declino nella produttività del campo conseguente alla pratica continuativa di anno in anno della medesima coltura, e all’aumento della biodiversità del sistema colturale, della fertilità del suolo e ad una maggiore resilienza dell’intera azienda agricola.
Non è solo l’attenzione ad una corretta esecuzione degli avvicendamenti a confermare che per l’impresa di Giampietro e Rosita Gattari la sostenibilità ambientale è parte irrinunciabile della cultura aziendale. Dal 2016 si effettua la semina su sodo su tutti i cereali in rotazione, un’ulteriore pratica colturale che comporta la riduzione del numero delle lavorazioni meccaniche sui terreni, con i noti vantaggi sia di carattere economico sia ambientale. A confermare ulteriormente la sua attenzione (ma sarebbe meglio dire “il suo amore”) per il territorio e per l’agricoltura, in azienda si pratica la difesa integrata, strategia che consente di limitare i danni derivanti dai parassiti delle piante utilizzando tutti i metodi e le tecniche disponibili nel rispetto dell’ambiente e della salute dell’uomo.

Qualche idea per difendere l’agricoltura nelle Marche, e magari anche nel resto d’Italia
Abbiamo parlato dei costi dei fattori di produzione che aumentano a dismisura, le cause sono sotto gli occhi di tutti, basti pensare al deterioramento degli equilibri geopolitici che si ripercuote sui mercati internazionali, e ha dominato i canali di informazione negli ultimi mesi. Dal punto di vista di Giampietro Gattari il tema è più articolato, «i fattori di produzione agricola come i fertilizzanti, i prodotti fitosanitari, le sementi, subiscono troppi passaggi: dal luogo di produzione, fino all’azienda agricola dove sono acquistati e utilizzati, vi sono grossisti, mediatori, venditori al dettaglio, ognuno dei quali ricava la propria marginalità che si ripercuote interamente sul prezzo finale che è a nostro carico. Le filiere devono essere più corte, sia a monte, sia a valle della produzione agricola.»
L’azione politica per scongiurare la scomparsa dell’agricoltura con le sue nefaste ripercussioni si è sempre basata sul meccanismo dell’incentivo e del sostegno. La critica di Giampietro Gattari riguarda un possibile cambiamento di questo principio consolidato. «Gli incentivi sono solitamente collegati a specifici interventi da parte dell’agricoltore, l’esempio più tipico riguarda i contributi per l’acquisto di macchinari. Questo però costringe l’imprenditore ad intraprendere azioni che gli vengono suggerite dall’alto, senza aver prima ascoltato quali sono i suoi effettivi bisogni. Gli aiuti dovrebbero essere slegati da progetti predeterminati, ciò che servirebbe sarebbero forme di credito agevolate e dedicate ai produttori, in modo che possano attuare investimenti decisi a partire dalle necessità della loro azienda.»
Altro grande tema toccato da Giampietro è la formazione: «gli agricoltori sono oggi molto più formati rispetto agli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ma le informazioni provengono dagli stessi venditori dei fattori di produzione. La formazione potrebbe essere gestita in modo pubblico, tramite agronomi che conoscano bene il territorio e siano ingaggiati dalle Regioni.»
«Il grano prodotto in Italia, è lo stesso grano che viene prodotto all’estero» conclude Giampietro «non c’è motivo per cui il suo prezzo debba essere più alto, tant’è che la sua definizione avviene a livello internazionale… tuttavia non possiamo permetterci in nessun modo che scompaia, per questo bisogna pensare al bene collettivo ed essere compatti, superando le divisioni e procedendo con progetti unitari.»
Autore: Davide Cinquanta, agronomo
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