Basta mortificare il lavoro dei cerealicoltori. Ismea continui a monitorare i costi medi di produzione in un percorso che tuteli la filiera partendo da chi semina e raccoglie nei campi. Così Cia-Agricoltori Italiani richiamando la sentenza del TAR Lazio che boccia il monitoraggio Ismea, accogliendo il ricorso di quaranta società del settore molitorio insieme a Italmopa. L’industria molitoria non ha commentato la sentenza che di fatto smonta la Cun, nata sul presupposto di portare i prezzi al di sopra dei costi Ismea. Ora che il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha annullato il provvedimento con cui Ismea, a settembre dello scorso anno, aveva disposto il monitoraggio dei costi medi di produzione del grano duro per il 2025, la commissione unica perde il suo faro.
A essere contestati dal TAR non sono i numeri di Ismea, ma il mancato coinvolgimento delle aziende molitorie nella formulazione dei costi medi di produzione: non è chiaro come l’acquirente possa contribuire “tecnicamente” alla definizione del costo di produzione di un quintale di frumento, ma il Tar evidentemente è di un’idea diversa. Secondo Cia i costi Ismea restano «uno strumento importante per gli agricoltori e in grado di dare sostanza alla direttiva comunitaria 2019/633 sulle pratiche sleali, anche recepita dall’Italia con il Dl 198/2021, che riconosce, testualmente, come pratiche sleali: “l’imposizione di condizioni contrattuali estremamente gravose per il venditore, ivi compresa quella di vendere i prodotti agricoli a prezzi al di sotto dei costi di produzione”.
Lo scorso settembre, Ismea ha rilevato come prezzi medi di produzione per il grano duro fino al Sud, 31,8 euro al quintale, mentre quelli pagati oggi agli agricoltori, sono a tratti imbarazzanti: per il grano duro fino 26 euro al quintale al Sud, e fino a 24 euro in Sicilia. Quotazioni che, ben sotto i costi medi di produzione Ismea, umiliano il lavoro e la professionalità degli agricoltori e uccidono, azienda dopo azienda, un intero comparto.
Ismea, conclude Cia, colmi le eventuali lacune segnalate dal TAR, ma di concerto con tutta la filiera, vada avanti nel suo ruolo a salvaguardia dei cerealicoltori e contro possibili pratiche sleali. La filiera grano duro-pasta è un asset strategico dell’agroalimentare italiano e merita percorsi partecipati, condivisi e non sterili contrapposizioni da parte di tutti i suoi protagonisti: agricoltura, industria di prima e seconda trasformazione, stoccatori, grande distribuzione e mondo della ricerca pubblica». La guerra continua.
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