Temperature elevate, lunghi periodi asciutti e precipitazioni violente concentrate in pochi episodi. È il quadro dell’estate 2026 tracciato dall’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, che torna a porre al centro il tema dell’adattamento del territorio e, in particolare, della disponibilità di infrastrutture capaci di trattenere e gestire l’acqua.
Secondo le elaborazioni ANBI su dati Copernicus, agosto ha registrato a livello globale un’anomalia termica media di +0,85 °C rispetto al periodo 1991-2020. Particolarmente elevate anche le temperature marine: nel Mediterraneo alcune aree tra Tirreno centro-meridionale, Sicilia e Nord Africa hanno superato i 32 °C, mentre sulle coste occidentali italiane e della Francia meridionale le anomalie mensili delle acque hanno raggiunto localmente valori molto superiori alla norma.
«Questi dati, che confermano il nostro Paese come hotspot della crisi climatica, evidenziano però anche le carenze infrastrutturali e la generale impreparazione ad affrontare tali eventi», sottolinea Francesco Vincenzi, presidente ANBI.

Acqua: il problema è anche quando e come arriva
Per l’agricoltura il punto centrale non è, infatti, soltanto la quantità complessiva delle precipitazioni ma la loro distribuzione nel tempo e la possibilità di conservarne una quota per i periodi di maggiore fabbisogno.
L’estate appena trascorsa offre diversi esempi di questo paradosso. Nel Nord Italia gli eventi temporaleschi delle ultime settimane hanno contribuito a recuperare parte dei livelli di laghi e corsi d’acqua, provocando allo stesso tempo danni legati a grandinate e fenomeni intensi. Secondo i dati riportati da ANBI, grandinate anomale hanno interessato in una sola settimana oltre 300 comuni dell’area padana e delle Alpi orientali.
I grandi laghi mostrano segnali di recupero: il Lago Maggiore è risalito al 52,7% della propria capacità, il Como al 61,2% e l’Iseo al 49,3%. Anche la situazione delle riserve lombarde è migliorata, pur rimanendo deficitaria.
Il Po ha aumentato le proprie portate ma a Pontelagoscuro rimane circa il 30% al di sotto dei valori medi del periodo. Criticità permangono anche in diversi corsi d’acqua di Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Italia centrale.
Dal deficit alle riserve: un’Italia molto disomogenea
Più favorevole rispetto allo scorso anno è, invece, la disponibilità idrica in alcune regioni meridionali. In Puglia risultano ancora stoccati circa 127 milioni di metri cubi d’acqua, mentre nei principali invasi della Basilicata restano quasi 230 milioni di metri cubi, oltre 107 milioni in più rispetto al 2025.
In Sicilia, ad agosto, gli invasi contenevano oltre 500 milioni di metri cubi, il 63% in più rispetto a un anno prima.
In ogni caso, si tratta talvolta di riserve costruite grazie a precipitazioni molto intense. ANBI cita l’esempio del Molise dove il livello dell’invaso del Liscione beneficia dei nubifragi dell’aprile scorso: eventi che hanno contribuito a superare una prolungata crisi idrica, provocando contemporaneamente gravi conseguenze sul territorio.
È proprio questa alternanza tra deficit e precipitazioni concentrate a rafforzare, secondo l’associazione, la necessità di intervenire sulla gestione della risorsa.
«I dati dimostrano ancora una volta la necessità di adattare il territorio, migliorando l’efficienza delle infrastrutture idrauliche e realizzandone di nuove per trasformare l’estremizzazione degli eventi meteo da rischio a risorsa», conclude Vincenzi.
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