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DUE RACCOLTI NELLO STESSO POLESINE

Nel Delta del Po il raccolto divide le aziende: oltre 80 quintali nei campi ben gestiti.

Nello stesso areale, con condizioni meteorologiche simili, il frumento 2026 ha prodotto risultati opposti. È questa la principale evidenza raccolta da Pasqualino Simeoni, cerealicoltore e tecnico del Delta del Po, oltre che vicepresidente del Collegio dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati di Rovigo.

«Quest’anno sono emersi due modi di affrontare i cereali a paglia. Da una parte ci sono aziende che hanno raccolto la sfida con professionalità; dall’altra quelle che, per necessità o sfiducia, hanno ridotto gli investimenti», spiega Simeoni.

Nel primo gruppo le rese hanno superato frequentemente 80 quintali per ettaro, arrivando in alcuni casi a 85-90. Nel secondo si sono fermate a 50-60 quintali, livelli che, nelle condizioni produttive del Polesine, difficilmente assicurano reddito.

Il risparmio che riduce la resa

La differenza si è costruita lungo l’intero ciclo. Seme certificato e varietà adatte, semina eseguita tra fine ottobre e la prima metà di novembre, nutrizione completa, diserbo e difesa fungina hanno permesso di conservare il potenziale produttivo.

Semine tardive, apporti azotati ridotti o concentrati in un unico passaggio e protezione insufficiente hanno, invece, sommato più fattori limitanti.

Simeoni richiama in particolare un errore: considerare biostimolanti, microrganismi o concia del seme come sostituti della fertilizzazione.«Si tratta di strumenti utili ma che lavorano in sinergia con una tecnica corretta. Se pretendo di non concimare, vanifico anche la funzione delle tecnologie più innovative».

Il principio è fisiologico: un prodotto che migliora efficienza radicale, tolleranza allo stress o assimilazione dei nutrienti non può compensare integralmente una carenza azotata o un apparato radicale poco sviluppato.

L’effetto si è visto sulla granella. Nel duro, Simeoni segnala valori proteici spesso compresi tra il 13% e livelli inferiori al 12%; i grani di forza e alcuni teneri rossi (biscottieri) hanno reagito meglio ma le partite con proteine e peso specifico entrambi elevati sono state limitate.

Il meteo ha ristretto le finestre operative

Il decorso stagionale ha accentuato le differenze. Dopo una fase iniziale umida, che ha reso difficile entrare nei campi per le prime concimazioni, sono arrivate settimane asciutte e caldo anticipato.

Nei terreni argillo-limosi del Delta la tempestività è decisiva: pochi giorni possono separare un suolo non transitabile da uno troppo asciutto e tenace.

Questo spiega anche perché alcune soluzioni non siano trasferibili automaticamente da altri areali. Minima lavorazione, semina diretta, cover crop e digestato possono avere valore agronomico, ma devono essere compatibili con tessitura, portanza e organizzazione aziendale.

«Nei nostri terreni non si può entrare in autunno con cantieri pesanti senza valutare il rischio di compattamento. Il digestato è una risorsa solo quando distanze, suoli e tempi di distribuzione lo rendono sostenibile», puntualizza Simeoni.

La qualità si programma fuori dal campo

La tecnica, da sola, non risolve, però, il problema del prezzo. Il 23 luglio il frumento tenero buono mercantile a Rovigo era rilevato da Ismea a 212,50 euro per tonnellata.

Con questi valori, perdere 20 o 30 quintali per ettaro significa rinunciare a una quota di ricavo che difficilmente viene recuperata dal risparmio sui mezzi tecnici.

Simeoni collega il problema alla debole organizzazione dell’offerta: troppe varietà, cumuli eterogenei e strutture di raccolta che si muovono senza una programmazione condivisa e infrastrutture adeguate.

«Non possiamo arrivare al centro di raccolta con trenta o quaranta varietà differenti. Senza aggregazione e senza lotti omogenei, consegniamo ad altri la valorizzazione di un anno di lavoro».

Il raccolto nazionale 2026 è cresciuto per il tenero e resta sopra 4 milioni di tonnellate per il duro ma la maggiore disponibilità non coincide automaticamente con una maggiore redditività.

Nel Polesine la lezione offerta da questa campagna è, quindi, netta: tagliare la tecnica può ridurre i costi nell’immediato ma, quando porta la resa a 50-60 quintali e riduce il tenore proteico, trasforma il risparmio in perdita. Servono disciplina agronomica, filiere con premi adeguati e una programmazione varietale capace di trasformare quantità e qualità in valore.

Autore: Azzurra Giorgio

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