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CRISI GRANO DURO: CIA TORNA NEI PORTI

Il 12 giugno doppio flash mob nei porti di Bari e Ravenna. Cia chiede risposte per una cerealicoltura stretta tra prezzi bassi, costi elevati e importazioni.

Il grano torna in piazza, questa volta nei porti. Non è una scelta casuale: Bari e Ravenna sono due snodi simbolici e operativi per la cerealicoltura italiana, luoghi da cui passa una parte importante delle dinamiche commerciali che oggi preoccupano gli agricoltori. Per venerdì 12 giugno, alle 10.30, Cia-Agricoltori Italiani ha organizzato un doppio flash mob simultaneo al Varco della Vittoria del Porto di Bari e al Porto di Ravenna, con l’obiettivo di riportare al centro del dibattito pubblico la crisi del grano nazionale.

A Bari sono attesi produttori dalla Puglia e da tutto il Centro-Sud. A Ravenna, invece, parteciperà una delegazione di circa cento cerealicoltori provenienti dall’Emilia-Romagna e dalle regioni limitrofe. La mobilitazione non vuole essere soltanto una protesta, ma anche un richiamo politico e istituzionale: senza redditività, la cerealicoltura italiana rischia di arretrare ancora.

Una crisi che parte dai campi

Il nodo resta quello del prezzo riconosciuto agli agricoltori. Negli ultimi anni il frumento è entrato in una fase di forte instabilità, con quotazioni spesso insufficienti a coprire i costi di produzione. A fine maggio 2026 il frumento duro “fino” risultava fermo a 271,50 euro/t al Sud e a 233,50 euro/t nelle Isole, mentre ad Altamura il “fino” nazionale era sceso a 277,50 euro/t. A Milano, nello stesso periodo, il “fino” Nord quotava 272,50 euro/t e il “fino” Centro 290,50 euro/t.

Sono numeri che spiegano perché la protesta torni a farsi sentire. Non si tratta solo di una flessione di mercato, ma di una compressione progressiva del valore alla produzione. A settembre 2025, Cia aveva già richiamato i dati Ismea secondo cui, per il grano duro in Puglia, Sicilia e Basilicata, il prezzo medio era di 295 euro/t a fronte di costi pari a 318 euro/t. Nelle Marche e in Toscana il prezzo medio era di 296,5 euro/t contro costi di 302,9 euro/t. Anche il tenero mostrava margini estremamente ridotti, con una redditività appena positiva negli areali del Centro-Nord.

Il rischio è perdere superfici e imprese

La preoccupazione di Cia è che la crisi non si limiti alla campagna in corso, ma produca effetti strutturali. Quando il prezzo non remunera il lavoro, l’impresa agricola rinvia investimenti, riduce le superfici, semina meno o cambia ordinamento colturale. È una dinamica silenziosa, ma potenzialmente devastante: meno grano italiano significa filiere più fragili, maggiore dipendenza dall’estero e perdita di presidio agricolo in territori dove i cereali rappresentano anche paesaggio, rotazioni, occupazione e tenuta sociale.

Il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, lo aveva sintetizzato con parole nette: «Gli agricoltori lavorano con margini inesistenti e senza provvedimenti urgenti le superfici coltivate a grano duro e tenero diminuiranno drasticamente. Le conseguenze sarebbero gravissime sul piano economico, sociale, ambientale e paesaggistico, soprattutto nelle aree interne. Difendere il grano italiano significa proteggere il Made in Italy e la sicurezza alimentare del Paese».

Dal 2023 una mobilitazione continua

La doppia manifestazione del 12 giugno è un nuovo capitolo di una battaglia che Cia porta avanti da anni e che, secondo l’organizzazione, ha subito una forte accelerazione dal 2023. Da allora il settore cerealicolo è stato investito da una combinazione pesante: prezzi in calo, costi di produzione elevati, aumento delle importazioni, riduzione delle superfici coltivate e conseguenze sempre più evidenti dei cambiamenti climatici.

Non è la prima iniziativa. Cia ha già promosso una petizione nazionale a difesa del grano duro italiano che ha raccolto quasi 100.000 firme e ha organizzato mobilitazioni a Foggia, Bari e Roma, con la partecipazione di migliaia di produttori. Ora la scelta dei porti aggiunge un elemento simbolico: il grano italiano chiede attenzione proprio nei luoghi in cui il mercato globale entra fisicamente nel Paese.

Una filiera da riequilibrare

Il messaggio della Confederazione è chiaro: il grano non può essere considerato una commodity qualsiasi se da esso dipendono pasta, pane, prodotti da forno e una parte rilevante dell’identità agroalimentare nazionale. La qualità italiana nasce nei campi, ma se il valore non torna ai produttori, l’intera filiera si indebolisce.

La mobilitazione di Bari e Ravenna vuole, quindi, riaprire una questione di fondo: come garantire un prezzo che riconosca i costi reali, la qualità del prodotto nazionale e il ruolo strategico degli agricoltori. Senza questo passaggio, il rischio è che la crisi del grano smetta di essere una vertenza agricola e diventi un problema di sistema per tutto il Made in Italy alimentare.

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