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DURO BIO, IL VALORE DELLA DIVERSITÀ

Giovanni Dinelli commenta le prove sul duro biologico: il potenziale dei MEB tra stabilità produttiva, qualità della granella e filiere dedicate.

Le varietà moderne confermano la loro superiorità produttiva nelle prove nazionali sul frumento duro biologico ma i materiali eterogenei biologici (i cosiddetti MEB) possono offrire opportunità interessanti, soprattutto per le aziende che cercano stabilità delle rese e una valorizzazione commerciale diversa da quella del mercato convenzionale.

È uno degli elementi emersi dall’intervista a Giovanni Dinelli, professore ordinario dell’Università di Bologna e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari, al quale abbiamo chiesto di commentare i risultati della Rete nazionale di confronto varietale per la cerealicoltura biologica, coordinata dal CREA.

Le prove sul frumento duro biologico pubblicate da Grano Italiano hanno coinvolto 25 materiali, comprendenti 18 varietà commerciali, 6 MEB e la varietà storica Cappelli. Un confronto particolarmente interessante perché permette di osservare materiali con caratteristiche genetiche e agronomiche differenti.

Le varietà moderne guidano le rese

La produzione media della rete si è attestata a 3,21 t/ha, con differenze importanti tra le località: dalle 1,52 t/ha di Aidone (EN) alle 6,00 t/ha di Jesi (AN).

Le migliori produzioni medie sono state ottenute dalle varietà moderne, con Monastir al primo posto (3,72 t/ha), seguita da Confucio (3,64), Antalis (3,62), RGT Aventadur (3,57) e RGT Voilur (3,50).

Per Dinelli, questi risultati confermano l’importanza di disporre di varietà produttive ma anche la necessità di interpretare le graduatorie considerando la risposta nei diversi ambienti.

La gestione biologica introduce, infatti, una serie di variabili che possono incidere sensibilmente sulle prestazioni: dalla disponibilità di azoto alla coltura precedente, fino alle lavorazioni e alle tecniche di controllo delle infestanti.

Il professore sottolinea, quindi, il valore della rete nazionale, auspicando un progressivo ampliamento delle località sperimentali. Una maggiore rappresentatività permetterebbe di valutare con crescente precisione l’adattabilità dei materiali alle diverse condizioni pedoclimatiche.

Per gli agricoltori, intanto, il suggerimento è di considerare non soltanto le rese più elevate ma, soprattutto, la regolarità delle prestazioni, evitando di concentrare l’intera superficie su una sola varietà.

MEB, il potenziale della diversità per la stabilità produttiva

Una parte particolarmente interessante delle prove riguarda i materiali eterogenei biologici, costituiti da popolazioni geneticamente diversificate, a differenza delle varietà commerciali caratterizzate da una maggiore uniformità.

I sei MEB sono stati valutati in tre località: Foggia, Troia (FG) e Aidone (EN). Le loro rese sono risultate generalmente inferiori a quelle delle cultivar moderne. MEB_1, il più produttivo del gruppo, ha raggiunto una media di 2,66 t/ha, seguito da MEB_6 con 2,51 t/ha.

Dinelli, che ha condotto diverse sperimentazioni su materiali eterogenei di frumento sia tenero che duro, conferma che la minore produttività rappresenta una caratteristica frequentemente osservata.

Ma il loro interesse agronomico risiede altrove.

«Nelle nostre sperimentazioni abbiamo osservato, per alcuni materiali, una buona stabilità produttiva anche in condizioni difficili. È un vantaggio da verificare per ciascuna popolazione e ambiente», osserva, spiegando che tuttavia questi materiali tendono a mantenere produzioni più regolari soprattutto nelle annate caratterizzate da condizioni difficili.

Il vantaggio deriva dalla diversità genetica interna alla popolazione. In presenza di stress ambientali, i diversi genotipi possono rispondere in maniera differente, contribuendo alla capacità complessiva del materiale di adattarsi alle condizioni della stagione. Dinelli cita, ad esempio, le semine condizionate da piogge abbondanti, le gelate durante la levata e le precipitazioni tardive in prossimità della spigatura.

Si tratta di un comportamento osservato nelle sue sperimentazioni pluriennali che costituisce un elemento di notevole interesse, anche alla luce dell’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi.

Naturalmente, la stabilità produttiva dei singoli MEB inseriti nella rete dovrà essere verificata attraverso ulteriori annate di prova.

La qualità oltre il contenuto proteico

La minore produttività dei materiali eterogenei può accompagnarsi a caratteristiche qualitative interessanti.

Nelle prove CREA, MEB_3 ha raggiunto un contenuto proteico del 14,1% sulla sostanza secca, seguito da MEB_2 con il 13,6% e MEB_5 con il 13,3%. Valori superiori alla media generale della rete, pari al 12,9%, pur rimanendo inferiori al 15% registrato da Cappelli.

Il confronto deve tenere conto del diverso insieme di ambienti: i MEB sono stati valutati in tre località, mentre le varietà commerciali e Cappelli in otto. Le medie riportate non consentono quindi, da sole, di attribuire le differenze alla componente genetica

Ma Dinelli invita a considerare anche caratteristiche che non emergono necessariamente dai tradizionali parametri merceologici.

«Molto spesso i MEB offrono alcune caratteristiche qualitative interessanti  che non sono legate ai parametri di qualità classici, come ad esempio la forza del glutine», spiega il professore, richiamando in particolare le caratteristiche aromatiche e organolettiche.

Secondo Dinelli, alcuni di questi materiali possono esprimere profili sensoriali peculiari, interessanti per produzioni alimentari differenziate. Il loro contributo alle caratteristiche del prodotto deve, tuttavia, essere verificato mediante analisi specifiche e valutazioni sensoriali, senza dedurlo automaticamente dall’eterogeneità del materiale.

Qui un ruolo può essere svolto anche dai metaboliti secondari della pianta, tra cui composti fenolici e altre sostanze coinvolte nei meccanismi di risposta agli stress.

Non si tratta, tuttavia, di attribuire automaticamente qualità superiori a qualsiasi materiale eterogeneo: le caratteristiche dipendono dalla composizione genetica della popolazione, dall’ambiente di coltivazione e dalle successive lavorazioni.

Per il frumento duro, inoltre, resta fondamentale verificare l’idoneità tecnologica delle semole rispetto alla destinazione produttiva, soprattutto quando si tratta di pastificazione.

Attenzione a come vengono costituiti

La diversità genetica, da sola, non garantisce necessariamente una migliore risposta agronomica.

È un punto sul quale Dinelli insiste particolarmente, ricordando che la qualità di un materiale eterogeneo dipende anche dai genotipi utilizzati per costituirlo.

I MEB non vanno confusi con semplici miscugli varietali: costituiscono una categoria distinta di materiale riproduttivo, definita dalla normativa europea. La semplice miscelazione di varietà differenti non assicura, infatti, una popolazione equilibrata o resistente alle principali avversità.

Il professore richiama il caso di alcune varietà storiche particolarmente sensibili a patogeni come la carie del frumento o le ruggini. Se questi caratteri vengono introdotti nella popolazione senza un’adeguata valutazione, la diversità genetica non elimina automaticamente il problema.

Diventano, quindi, importanti la scelta iniziale dei genotipi, la loro compatibilità agronomica e la corretta gestione sanitaria della semente. La gestione sanitaria parte dall’impiego di semente sana e può comprendere trattamenti ammessi nel biologico e autorizzati per lo specifico impiego (ad esempio, concia del seme con prodotti a base di rame)..

Lo stesso vale per il controllo delle infestanti: la capacità competitiva dipende dalle caratteristiche effettive del materiale, non semplicemente dal fatto che sia eterogeneo.

La costituzione dei MEB richiede, dunque, competenze di selezione e un percorso di valutazione agronomica, proprio come avviene, con modalità differenti, per le varietà commerciali.

La filiera può compensare le minori rese

Quando i MEB presentano rese inferiori alle varietà moderne di riferimento, quali condizioni possono renderne conveniente la coltivazione??

Per Dinelli, la risposta dipende soprattutto dalla possibilità di valorizzare economicamente le caratteristiche del prodotto. Sempre più numerose sono le esperienze di piccole filiere locali nelle quali aziende agricole, forni e pastifici collaborano per realizzare prodotti differenziati, riconoscibili dal consumatore.

In questi contesti, la minore resa può essere compensata da un prezzo superiore, purché esista un mercato effettivo e sufficientemente stabile.

La scelta deve, quindi, partire dalla destinazione commerciale della granella e dalla sua valorizzazione commerciale, ovvero dal prezzo di vendita, prima ancora che dalla semina.

Un rapporto consolidato con un pastificio artigianale, per esempio, può consentire di programmare superfici e quantitativi, valorizzando caratteristiche qualitative che non sempre trovano riconoscimento nei normali circuiti di commercializzazione.

Il suggerimento per il cerealicoltore è, comunque, di adottare un approccio prudente, evitando di destinare l’intera superficie aziendale a questi materiali. La diversificazione tra varietà moderne e MEB può rappresentare una strategia per combinare produttività, gestione del rischio meteo-climatico e opportunità commerciali.

Il messaggio che emerge dalle considerazioni di Dinelli è che i materiali eterogenei non devono necessariamente competere con le varietà moderne sul terreno della massima resa. Possono, invece, trovare una propria collocazione nei sistemi biologici attraverso una stabilità produttiva verificata nelle condizioni di impiego, la diversità genetica e la valorizzazione delle caratteristiche qualitative.

Perché questa opportunità diventi concreta, servono però materiali ben costituiti, sperimentazioni pluriennali e filiere capaci di riconoscere economicamente il valore delle produzioni.

Autore: Azzurra Giorgio

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