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FARE FARRO MA…..

Il farro romagnolo si conferma una coltura interessante per gli areali collinari. L’esperienza dell’azienda di Giorgio Giraldi.

Una coltura di nicchia in Romagna: il farro romagnolo: a che condizioni conviene.

In Romagna il farro può rappresentare una valida alternativa al grano, soprattutto negli areali collinari dove la gestione delle colture cerealicole risente sempre più delle difficoltà climatiche e della disponibilità dei terreni. La sua rusticità, la capacità di competere con le infestanti e la possibilità di inserirlo in rotazione con colture come il girasole ne fanno una soluzione interessante per alcune aziende agricole.
L’esperienza di Giorgio Giraldi, agricoltore di Brisighella, in provincia di Ravenna, offre un punto di osservazione concreto. La sua azienda si estende per circa 390 ettari, in prevalenza su terreni collinari, e coltiva il farro all’interno di una filiera organizzata con una cooperativa. L’azienda dispone inoltre di un proprio impianto di trasformazione per una prima selezione del prodotto.
La campagna appena conclusa ha dato risultati soddisfacenti. La resa si è attestata intorno ai 30 quintali per ettaro, nonostante la scarsità di precipitazioni. Il prodotto è risultato sano e senza problemi significativi di malattie. Un risultato positivo anche considerando i danni provocati dalla grandine in diverse aree della pianura romagnola.
L’esperienza di Giraldi mostra però anche un altro aspetto. La scelta del farro non nasce soltanto dalle sue caratteristiche agronomiche. È anche il risultato della necessità di adattare l’ordinamento produttivo alle trasformazioni del territorio e del mercato.

Farro in rotazione con il girasole

«Nella mia azienda coltivo farro, un prodotto di nicchia, in filiera con una cooperativa e in rotazione con girasole», racconta Giraldi.
La rotazione rappresenta uno degli elementi centrali nella gestione della coltura. Inserire il farro dopo una coltura come il girasole consente di diversificare l’avvicendamento e di distribuire nel tempo le esigenze agronomiche dell’azienda. In un contesto caratterizzato da stagioni sempre meno prevedibili, diversificare le colture può diventare una scelta utile anche per ridurre la dipendenza da un’unica produzione.
Per Giraldi, inoltre, la filiera non si esaurisce con la raccolta. L’azienda dispone infatti di un impianto di trasformazione che permette di effettuare una prima selezione del farro prima della vendita al mulino.
È un passaggio che ha una ricaduta economica precisa. «Questo mi consente di ottenere un prezzo migliore alla Borsa merci rispetto al prodotto grezzo», spiega l’agricoltore.
La possibilità di intervenire sulla granella prima della commercializzazione permette quindi di valorizzare maggiormente il prodotto. Per una coltura di nicchia come il farro, la qualità commerciale può diventare un elemento determinante per migliorare la redditività.
Non basta, dunque, produrre. Diventa importante anche sapere come preparare il prodotto per il mercato e con quale interlocutore lavorare.

Una resa di 30 quintali per ettaro

Il risultato produttivo ottenuto quest’anno assume particolare interesse se rapportato alle condizioni meteorologiche.
«Ho ottenuto una buona resa, che si è attestata sui 30 q/ha, tenendo conto delle difficoltà climatiche causate dalla scarsità di precipitazioni», sottolinea Giraldi.
Il dato non può essere letto soltanto come un valore produttivo. La disponibilità idrica è infatti uno dei principali fattori che condizionano le rese dei cereali autunno-vernini. Quando le precipitazioni risultano insufficienti o distribuite in modo irregolare, la capacità della coltura di mantenere un buon potenziale produttivo diventa un elemento decisivo.
Nel caso del farro romagnolo, la campagna ha portato anche un altro risultato positivo. Il prodotto è arrivato alla raccolta sano, senza particolari problemi sanitari.
«Ho ottenuto un prodotto sano, esente da malattie», precisa l’agricoltore, ricordando anche l’assenza di danni provocati dalla grandine nei propri appezzamenti.
Il confronto con altre aziende della Romagna rende ancora più significativo questo risultato. In alcune zone della pianura, infatti, gli eventi grandinigeni hanno provocato danni alle colture.
La variabilità degli eventi atmosferici porta così a considerare la scelta varietale e colturale anche sotto il profilo del rischio. Non esiste una coltura capace di eliminare gli effetti del clima, ma alcune specie possono offrire, in determinati ambienti, caratteristiche che meritano di essere valutate nell’ambito della pianificazione aziendale.

Dalle alte rese del grano alla difficoltà dei terreni

La storia produttiva dell’azienda di Giraldi racconta anche la trasformazione subita da una parte dell’agricoltura romagnola.
In passato l’azienda coltivava superfici più ampie a grano duro e orzo. Le rese potevano raggiungere livelli decisamente superiori a quelli registrati oggi con il farro.
«Prima riuscivo a coltivare molti più ettari anche a grano duro e orzo, dove riuscivo a produrre anche 70-80 q/ha», ricorda Giraldi.
Il problema non è stato quindi soltanto agronomico. Gli eventi alluvionali che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno reso inagibili diversi terreni.
«Molti di questi terreni sono diventati inagibili e sarebbe troppo costoso rimetterli in produzione», spiega.
La conseguenza è stata una riduzione della superficie coltivabile. Una parte dei terreni che in passato contribuiva alla produzione cerealicola aziendale non può oggi essere gestita con la stessa facilità.
È un aspetto che merita attenzione perché mette in relazione agricoltura, gestione del territorio e sostenibilità economica. Recuperare un terreno agricolo danneggiato non significa soltanto ripristinarne la produttività. Significa sostenere costi che devono poi trovare una compensazione nella redditività delle colture.
Per l’agricoltore, quindi, la scelta del farro si inserisce in un quadro più ampio. Non è semplicemente una sostituzione del grano con un altro cereale. È una risposta a un ambiente produttivo che negli ultimi anni è cambiato.

Il controllo delle infestanti parte dalla falsa semina

Uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza di Giraldi riguarda la gestione delle infestanti. L’azienda opera in regime biologico e, di conseguenza, il controllo delle malerbe si basa sulle tecniche agronomiche.
La strategia parte dalla falsa semina, seguita da una lavorazione con erpice a dischi prima della semina effettiva.
«Effettuo la falsa semina, poi una lavorazione con erpice a dischi prima di procedere alla semina», spiega Giraldi.
La tecnica sfrutta un principio semplice: stimolare la nascita delle infestanti prima della coltura principale e intervenire successivamente per eliminarle. In questo modo il cereale può partire su un terreno con una pressione infestante potenzialmente più contenuta.
Nel caso del farro, secondo l’esperienza dell’agricoltore, esiste anche un vantaggio legato all’epoca di semina. «Con il farro è possibile svolgerla più precocemente del frumento», osserva.
Una semina anticipata può favorire un rapido sviluppo della coltura e contribuire a migliorare la sua capacità competitiva. Ma non va considerata una soluzione automatica. La riuscita della falsa semina dipende dalle condizioni del terreno e soprattutto dalla presenza di umidità sufficiente a far germinare le infestanti.

Falsa semina, una tecnica utile ma non automatica

La falsa semina richiede quindi programmazione. L’agricoltore prepara il letto di semina in anticipo rispetto alla semina reale e attende la comparsa delle infestanti. Successivamente interviene con una lavorazione meccanica o, dove consentito dal sistema produttivo adottato, con un intervento di diserbo.
L’obiettivo è ridurre la banca di infestanti presente negli strati superficiali del terreno e permettere alla coltura di partire con una minore competizione.
I vantaggi sono diversi. La tecnica può ridurre la pressione delle malerbe, limitare la necessità di interventi successivi e favorire lo sviluppo iniziale del cereale. Nel biologico assume un’importanza ancora maggiore perché la gestione delle infestanti non può contare sul diserbo chimico.
Giraldi, tuttavia, non nasconde le difficoltà. «Ho avuto dei campi dove non sono riuscito a contenere bene le infestanti», ammette.
Il risultato dipende infatti dal momento in cui si prepara il terreno e dalle condizioni climatiche successive. Se manca acqua, le infestanti possono non germinare in modo uniforme. In questo caso la falsa semina perde parte della propria efficacia.
È un limite particolarmente attuale. Le piogge autunnali diventano più irregolari e rendono meno semplice programmare le operazioni colturali. La tecnica resta valida, ma deve essere inserita in una strategia più ampia di gestione delle infestanti.

Il farro compete con le infestanti

«Il farro è una specie che raggiunge anche 1,5 metri di altezza, a differenza del grano, per cui “soffoca” le infestanti», afferma.
La maggiore altezza e la capacità di sviluppare una massa vegetativa importante possono contribuire alla competizione con le malerbe. Questo aspetto non elimina la necessità di una buona tecnica colturale, ma può diventare un alleato dell’agricoltore.
La lezione, anche in questo caso, è chiara: la competitività della coltura nasce dall’integrazione di più fattori. La falsa semina prepara il terreno, la scelta dell’epoca di semina favorisce l’avvio della coltura e lo sviluppo del farro contribuisce successivamente a limitare la luce disponibile per le infestanti.
Non si tratta quindi di affidarsi a una singola tecnica. La gestione del farro richiede una sequenza coerente di operazioni.

Un mercato ancora in evoluzione

Se sul piano agronomico il farro mostra caratteristiche interessanti, anche il mercato merita attenzione. La quotazione del prodotto sulle Borse merci è relativamente recente.
«Il farro è solo da cinque o sei anni che viene quotato nelle Borse merci. Prima non esisteva una quotazione e la vendita avveniva “a vista”», racconta Giraldi.
Per una coltura di nicchia, la disponibilità di riferimenti di mercato rappresenta un passo importante. La quotazione permette infatti di avere un riferimento più strutturato per la formazione del prezzo, anche se non elimina le dinamiche legate alla qualità, alla domanda e ai rapporti di filiera.
Giraldi ha scelto di mantenere un rapporto con aziende locali. Non ha invece aderito ai contratti di esportazione verso la Corea, un mercato che negli ultimi anni ha mostrato interesse per il farro prodotto in Italia.
La scelta riflette una precisa filosofia commerciale: privilegiare una filiera conosciuta e rapporti territoriali consolidati, invece di inseguire necessariamente il mercato internazionale.

Il rischio delle eccedenze

a crescente domanda può però generare anche problemi quando l’offerta aumenta rapidamente.
Secondo Giraldi, la Corea ha fatto seminare centinaia di ettari, ma oggi esistono difficoltà nella gestione di una quantità importante di prodotto. «Ci sono delle eccedenze di granella che rischiano di non essere ritirate», afferma.
Il tema è centrale per chi valuta di introdurre il farro nel proprio ordinamento colturale. Prima di aumentare le superfici non basta considerare il prezzo dell’ultima campagna. Occorre verificare la solidità della filiera, la presenza di un acquirente e le condizioni di ritiro.
«Tutto questo lo si saprà a fine agosto», osserva Giraldi, invitando alla prudenza nella lettura dei segnali provenienti dal mercato.
È un approccio particolarmente importante per una coltura di nicchia. L’aumento della domanda può sostenere i prezzi, ma l’espansione troppo rapida delle superfici può produrre, a sua volta, un eccesso di offerta.
«I mercati non sempre dicono la verità», conclude l’agricoltore.
La frase sintetizza bene la necessità di leggere i prezzi insieme ai dati produttivi e ai contratti di filiera. Per il cerealicoltore, la redditività nasce dall’equilibrio tra resa, costi, qualità e certezza dello sbocco commerciale.

Farro romagnolo, una scelta da valutare in azienda

L’esperienza di Brisighella non permette di considerare il farro come una soluzione universale per la cerealicoltura romagnola. Offre però diversi spunti di riflessione.
La coltura ha mostrato una buona capacità produttiva anche in una campagna caratterizzata dalla scarsità di precipitazioni. La gestione delle infestanti può sfruttare tecniche agronomiche come la falsa semina e la maggiore competitività della pianta. La rotazione con il girasole permette inoltre di inserirla in un ordinamento diversificato.
Restano però due variabili decisive: il territorio e il mercato. La risposta del farro dipende dall’ambiente pedoclimatico e dalla tecnica colturale. Allo stesso modo, la convenienza economica dipende dalla possibilità di collocare il prodotto alle condizioni previste.
Per questo, prima di aumentare le superfici, conviene valutare attentamente costi, rese attese, disponibilità idrica, gestione delle infestanti e soprattutto accordi di filiera.
Il farro può quindi essere una valida alternativa al grano in determinati contesti. Ma, come dimostra l’esperienza di Giraldi, la scelta deve partire dalle caratteristiche dell’azienda e arrivare fino al mercato. In una cerealicoltura sempre più condizionata dal clima, dalla disponibilità dei terreni e dalla volatilità dei prezzi, diversificare può essere una strategia interessante. Purché la diversificazione sia accompagnata da tecnica, organizzazione e attenzione alla commercializzazione.

Autore: Alessandro Contini

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Alessandro Contini

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