Prezzi bassi, Mercosur e CUN: le preoccupazioni dei cerealicoltori piemontesi
Dopo una campagna agronomica caratterizzata da forti difficoltà climatiche (Meteo pazzo e il Piemonte paga i cerealicoltori piemontesi devono confrontarsi con un’altra sfida altrettanto complessa: la sostenibilità economica delle produzioni. In particolare, negli ultimi mesi si parla molto dei prezzi del grano e Mercosur in relazione all’andamento del mercato. Mentre i costi di sementi, fertilizzanti, carburanti e lavorazioni restano elevati, le quotazioni del grano continuano a mostrare una tendenza debole che preoccupa gli operatori del settore.
Tra gli agricoltori cresce il timore che il mercato non riesca più a garantire una remunerazione adeguata per le produzioni nazionali. Una situazione che rischia di incidere sulle scelte colturali future e sulla stessa tenuta della cerealicoltura italiana. Ne abbiamo parlato con Roberto Gavio, agricoltore di Oviglio, in provincia di Alessandria, associato CIA e socio della Granaria di Milano.
Costi di produzione e prezzi: un equilibrio sempre più difficile
Negli ultimi anni il mercato del frumento ha vissuto una fase di forte volatilità. Dopo i picchi registrati nel periodo successivo allo scoppio della guerra in Ucraina, le quotazioni hanno progressivamente perso valore.
Per molte aziende agricole il problema non riguarda soltanto il prezzo finale del prodotto, ma soprattutto il divario crescente tra ricavi e costi di produzione.
«I costi continuano a salire e al momento stiamo producendo ben al di sotto dei costi di produzione», afferma Roberto Gavio.
Si tratta di una criticità segnalata in molte aree cerealicole italiane. Le aziende devono sostenere spese sempre più elevate per fertilizzanti, agrofarmaci, carburanti, manutenzione dei mezzi e manodopera. Parallelamente, il prezzo del grano non sempre riflette gli standard qualitativi e produttivi richiesti agli agricoltori italiani.
La conseguenza è una riduzione della marginalità aziendale che rende difficile programmare gli investimenti e pianificare le semine future.
Il timore degli agricoltori: meno superfici a frumento
La redditività rappresenta oggi uno dei fattori determinanti nelle scelte colturali.
Quando una coltura non riesce più a garantire un ritorno economico adeguato, gli imprenditori agricoli tendono a orientarsi verso alternative più sostenibili dal punto di vista finanziario.
Gavio non nasconde le proprie preoccupazioni.
«Se si continua con questo trend, nei prossimi anni assisteremo a una forte riduzione delle superfici coltivate a grano sia tenero sia duro».
Una prospettiva che trova conferma nelle valutazioni di molti operatori del settore. In diverse aree italiane alcuni agricoltori stanno già valutando la sostituzione del frumento con colture foraggere, oleaginose o destinate alla produzione energetica.
Lo stesso imprenditore piemontese ipotizza un cambiamento radicale della propria strategia aziendale.
«Personalmente penso che l’anno prossimo non seminerò più grano e mi dedicherò esclusivamente alle foraggere».
Si tratta di una scelta che, se replicata su larga scala, potrebbe incidere significativamente sulla disponibilità di materia prima nazionale.
Mercosur e importazioni: un tema al centro del dibattito
Tra gli aspetti che maggiormente preoccupano i cerealicoltori vi è l’aumento della concorrenza internazionale.
Secondo Gavio, l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e i Paesi del Mercosur rischia di aumentare ulteriormente la pressione sul mercato interno.
«Nei porti italiani stanno arrivando navi cariche di grano dal Sud America e questo contribuisce ad abbassare ulteriormente i prezzi del prodotto nazionale».
Il tema delle importazioni è da tempo al centro del confronto tra organizzazioni agricole, operatori commerciali e industria di trasformazione.
Da una parte, l’industria molitoria necessita di approvvigionamenti costanti e diversificati per soddisfare le richieste del mercato. Dall’altra, gli agricoltori chiedono strumenti in grado di valorizzare adeguatamente le produzioni nazionali.
La questione non riguarda esclusivamente il prezzo. Molti produttori sottolineano infatti le differenze normative esistenti tra l’Unione Europea e alcuni Paesi esportatori, soprattutto per quanto riguarda l’impiego di prodotti fitosanitari e le regole ambientali.
Qualità italiana e competitività internazionale
Uno dei nodi centrali del dibattito riguarda il rapporto tra qualità e competitività.
L’Italia dispone di un patrimonio varietale e produttivo di elevato livello. Le filiere cerealicole nazionali investono da anni in qualità tecnologica, sostenibilità ambientale e tracciabilità.
Tuttavia questi elementi non sempre trovano un adeguato riconoscimento economico sul mercato.
«In Italia produciamo grano di qualità, ma non possiamo competere con Paesi che hanno costi di produzione molto più bassi dei nostri», osserva Gavio.
Il confronto con grandi esportatori come Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina e Russia evidenzia differenze significative sia sotto il profilo dimensionale sia sotto quello economico.
In molti casi le aziende agricole operano su superfici molto estese, con costi unitari inferiori rispetto a quelli sostenuti dagli agricoltori europei.
Per questo motivo numerosi operatori ritengono necessario sviluppare strumenti capaci di valorizzare maggiormente l’origine italiana e le caratteristiche qualitative delle produzioni nazionali.
La CUN del grano: aspettative e delusioni
Tra gli argomenti affrontati nell’intervista emerge anche il tema della Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano.
La CUN è stata istituita con l’obiettivo di favorire una maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e di fornire un riferimento condiviso agli operatori della filiera.
Secondo Gavio, però, i risultati ottenuti finora non rispondono alle aspettative iniziali: «La CUN era una buona idea e poteva aiutare gli agricoltori. A mio avviso, però, è stata impostata male fin dall’inizio». Una delle principali criticità segnalate riguarda i parametri qualitativi utilizzati per la classificazione del prodotto.
Il nodo delle proteine
Nel mercato del frumento tenero il contenuto proteico rappresenta uno dei principali parametri di valutazione.
Tuttavia, secondo alcuni agricoltori, gli standard adottati dalla CUN farebbero riferimento a livelli proteici che solo una quota limitata delle produzioni italiane riesce a raggiungere.
«Si è scelto di valorizzare grani con il 14-15% di proteine, ma in Italia queste produzioni rappresentano una percentuale molto ridotta. Sarebbe stato più opportuno fermarsi a valori compresi tra il 12,5 e il 13%».
Il tema è particolarmente rilevante perché il contenuto proteico dipende non solo dalle tecniche agronomiche adottate, ma anche dall’andamento climatico della stagione.
In annate difficili raggiungere valori molto elevati può risultare estremamente complicato anche per le aziende più strutturate.
La rappresentanza degli agricoltori
Un altro punto critico riguarda il ruolo degli agricoltori nei processi decisionali.
«Gli agricoltori sono poco rappresentati oppure non vengono ascoltati a sufficienza» racconta.
Si tratta di una percezione diffusa in alcuni settori produttivi, dove gli operatori chiedono una maggiore partecipazione alle dinamiche che determinano la formazione dei prezzi.
La trasparenza e la condivisione delle informazioni rappresentano infatti elementi fondamentali per costruire rapporti equilibrati lungo tutta la filiera cerealicola.
Valorizzare il grano italiano
Secondo Gavio, il principale limite dell’attuale sistema di quotazione consiste nel continuo confronto con il mercato internazionale.
«La CUN – dichiara – avrebbe dovuto valorizzare il prodotto italiano. Invece spesso si limita a inseguire i prezzi internazionali e a trasferirli sul mercato nazionale».
L’osservazione richiama una questione strategica per l’intero comparto cerealicolo: come attribuire un valore economico alle caratteristiche distintive delle produzioni italiane.
Origine certificata, sostenibilità, tracciabilità e qualità tecnologica rappresentano elementi sempre più richiesti dai consumatori. Tuttavia, la capacità di trasformare questi aspetti in un vantaggio competitivo concreto rimane una delle principali sfide per il settore.




