un anno senza spighe
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UN ANNO SENZA SPIGHE?

Ecco perché cessare la semina del grano duro non rappresenta la soluzione alla crisi

Un anno intero senza seminare un solo ettaro di grano duro in Italia. Uno scenario apparentemente fantascientifico, eppure potrebbe risultate spietatamente utile per mettere a nudo la profonda vulnerabilità del nostro sistema agroalimentare. Infatti, il blocco totale della semina per dodici mesi – di cui tanti agricoltori parlano sui social in queste ore, come reazione al crollo dei prezzi – azzererebbe la filiera della pasta, mandando in frantumi l’economia agricola del Centro-Sud e un simbolo del Made in Italy nel mondo.

Vediamo però cosa succederebbe davvero, al di là delle semplificazioni che spesso leggiamo sulla rete. Iniziamo col dire che il grano duro non rappresenta una coltura tra le tante: è il sovrano indiscusso delle campagne del Centro-Sud, la materia prima insostituibile attorno a cui ruota l’intera industria della pasta italiana. Se per dodici mesi i trattori del Paese rimanessero spenti, siamo certi che le conseguenze non si limiterebbero alle tavole dei cittadini, ma colpirebbero al cuore l’identità culturale, l’economia nazionale e la stabilità stessa del paesaggio rurale.

Un buco miliardario

Attualmente, secondo gli ultimi dati ufficiali diffusi da Confagricoltura e Ismea, l’Italia vanta una produzione nazionale strutturale che si attesta intorno ai 3,8 milioni di tonnellate di grano duro all’anno. Una quantità imponente che tuttavia non basta a coprire il fabbisogno dei nostri pastifici, costringendo il Paese a importare regolarmente dall’estero circa 2,7 milioni di tonnellate per soddisfare la domanda complessiva. In assenza totale di un raccolto interno, per evitare la paralisi alimentare l’Italia si troverebbe obbligata a rimpiazzare di colpo i suoi 3,8 milioni di tonnellate mancanti unicamente attraverso le importazioni dai mercati esteri, come Canada, Turchia e Kazakistan.

Calcolando le quotazioni di mercato standard che oscillano intorno ai 270 euro a tonnellata, una simile operazione di acquisto forzato comporterebbe un esborso extra immediato per le casse nazionali di oltre 1 miliardo di euro. Si tratterebbe di una colossale fuoriuscita di capitale che graverebbe interamente sulle aziende di trasformazione e, a cascata, sui consumatori finali.

Il collasso del Made in Italy

Con i silos della penisola destinati a svuotarsi nel giro di appena due o tre mesi, la totale e drammatica dipendenza dalle rotte commerciali estere esporrebbe l’industria italiana a fortissime speculazioni. Il monopolio forzato dei venditori internazionali innescherebbe un’impennata dei prezzi senza precedenti, con il costo di un pacco di pasta sullo scaffale dei supermercati che potrebbe triplicare o quadruplicare in poche settimane. A subire il colpo di grazia sarebbe la reputazione internazionale del nostro agroalimentare: la celebre dicitura “Pasta 100% Italiana” sparirebbe di colpo dal mercato globale, lasciando spazio a competitor stranieri pronti a occupare stabilmente le nostre quote commerciali all’estero. Ma non finirebbe qui.

Un’economia in ginocchio

La mappa della coltivazione si concentra storicamente in macro-aree cruciali come la Puglia – definita il “granaio d’Italia” –, la Sicilia, la Basilicata, le Marche e parte dell’Emilia-Romagna. Fermare la semina per una stagione significherebbe decretare il fallimento di centinaia di migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, già pesantemente provate dai rincari energetici e dai cambiamenti climatici. Non sarebbe un sacrificio da assumere a cuor leggero neppure per la parte agricola. Il contraccolpo economico risalirebbe rapidamente la filiera fino ai grandi centri industriali. I mulini e i marchi storici della pasta si troverebbe costretti a fermare le linee produttive e ad avviare massicci piani di cassa integrazione per i lavoratori.

A cascata, la paralisi colpirebbe l’intero comparto della logistica e dei trasporti: senza sementi, concimi o grano da movimentare, migliaia di autotrasportatori si ritroverebbero senza lavoro. Il bilancio finale per lo Stato italiano si tradurrebbe nella perdita netta di miliardi di euro di valore generato dall’esportazione agroalimentare.

Un disastro ecologico

Un errore comune – che spesso leggiamo in rete – è pensare che non seminare per un anno equivalga a far riposare la terra. Al contrario, l’assenza della coltura principale si trasformerebbe in un disastro ecologico immediato. I terreni tipicamente argillosi e collinari del Mezzogiorno, se lasciati nudi e privi di vegetazione, verrebbero letteralmente lavati via dalle piogge invernali, accelerando i fenomeni di erosione e aumentando drasticamente il rischio di frane e smottamenti. Senza l’azione meccanica delle radici del grano a trattenere la terra, i campi verrebbero rapidamente invasi da sterpaglie, rovi ed erbe infestanti. Questa massiccia presenza di biomassa secca e incontrollata creerebbe in estate l’esca perfetta per incendi devastanti, difficili da arginare. L’interruzione della semina comprometterebbe inoltre la tradizionale rotazione agraria tra cereali e leguminose, impoverendo il suolo dal punto di vista biologico e compromettendo la fertilità dei terreni anche per gli anni a venire.

Un patrimonio da tutelare

Questo viaggio all’interno di un incubo rurale di cui tanti parlano (a sproposito) dimostra con chiarezza anche una realtà che la parte industriale deve fare propria: il grano duro non può essere trattato come una semplice merce di scambio globale, ma deve essere considerato un pilastro della sovranità e della sicurezza nazionale italiana. Proteggere i produttori italiani dalle speculazioni finanziarie, investire nella ricerca scientifica per sementi resistenti alla siccità e difendere la tracciabilità della filiera non sono più rivendicazioni di categoria, bensì decisioni strategiche urgenti. Solo blindando il lavoro nei campi si può evitare che un paradosso teorico si trasformi, un giorno, in una drammatica realtà. Perché gli agricoltori possono rivoltarsi contro un mercato iniquo e non seminare, certo, ma anche esser costretti a farlo dai conti aziendali.

Il prezzo equo

Per scongiurare questo scenario e garantire la sopravvivenza del comparto, non servirebbero miracoli tecnologici o rivoluzioni geopolitiche. Basterebbe un atto di giustizia economica ed etica: garantire un prezzo equo e dignitoso a chi la terra la lavora e a chi ne trasforma il frutto. Agricoltori e mugnai rappresentano i due polmoni di un unico organismo; se uno dei due smette di respirare a causa di speculazioni e margini di profitto ridotti all’osso, l’intera filiera soffoca.

Riconoscere il giusto valore economico al grano duro significa proteggere i bilanci delle aziende agricole e dei mulini storici, ma significa soprattutto tutelare quel grande, secolare idillio fatto di semine e di raccolti che da generazioni disegna le nostre colline e riempie i nostri piatti. Un patto di filiera trasparente e solidale è l’unica vera assicurazione per far sì che la terra continui a dare frutti e che il lavoro nei campi rimanga una scelta di vita sostenibile, e non un atto di quotidiano eroismo. Purché sia un patto vero, economicamente sostenibile e sufficientemente ampio da costituire una “massa critica” capace di fissare una linea di galleggiamento del mercato nazionale.

Autore: Salvatore Ferrara, imprenditore agricolo di Villadoro (Enna)

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