Il clima frena il grano duro crotonese
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IL CLIMA FRENA IL GRANO DURO CROTONESE

La campagna cerealicola nel Crotonese è stata fortemente condizionata dalle piogge invernali e dalle difficoltà di semina. Sul fronte economico, invece, basse quotazioni e costi di trasporto riducono la redditività del grano duro. L’esperienza di Diego Zurlo

La campagna cerealicola appena conclusa ha messo alla prova il grano duro nell’areale crotonese. Piogge abbondanti durante l’inverno, difficoltà nelle semine e condizioni molto diverse tra terreni collinari e pianeggianti hanno determinato risultati produttivi fortemente variabili. In alcuni appezzamenti le rese non hanno raggiunto i 20 quintali per ettaro, mentre nei terreni migliori, seminati più tardi e dopo colture ortive, si sono toccati anche i 60 quintali.
A raccontare l’annata è Diego Zurlo, agricoltore e presidente provinciale di Confagricoltura Crotone. La sua azienda si estende per circa 500 ettari e comprende, oltre al grano duro, colture ortive, foraggere, oliveti e un allevamento ovino. Una realtà diversificata, nella quale il frumento entra in una rotazione che interessa ogni anno circa 50-60 ettari.
L’esperienza aziendale evidenzia un aspetto sempre più importante per la cerealicoltura mediterranea: non conta soltanto la quantità di pioggia ricevuta, ma soprattutto quando arriva e in quale fase del ciclo colturale. E quest’anno la distribuzione delle precipitazioni ha pesato sulle rese più della quantità complessiva.

Grano duro, semine condizionate dalle piogge

La prima difficoltà della campagna è arrivata ancora prima dell’emergenza. Le forti precipitazioni invernali hanno infatti reso complicato entrare nei terreni e rispettare le normali finestre di semina.
«La stagione appena conclusa ha registrato delle problematiche importanti», spiega Zurlo. «Nel periodo invernale ci sono state forti precipitazioni che hanno inciso negativamente sull’epoca di semina».
Il problema non riguarda soltanto il ritardo delle operazioni. Quando il terreno rimane a lungo saturo d’acqua, infatti, la disponibilità di ossigeno nella zona esplorata dalle radici si riduce. Per le colture appena seminate questo può tradursi in emergenze difficili e in un apparato radicale meno efficiente.
È quanto è accaduto nei campi seminati prima di Natale. «I grani seminati prima di Natale si sono comportati decisamente male», racconta l’agricoltore. La causa, secondo la sua esperienza, è stata soprattutto l’asfissia radicale, conseguenza della permanenza dell’acqua nei terreni.
La situazione conferma quanto la scelta della finestra di semina sia legata alle condizioni reali del suolo. Il calendario agronomico resta un riferimento, ma in annate caratterizzate da piogge insistenti può diventare necessario attendere che il terreno raggiunga condizioni di lavorabilità adeguate. Entrare troppo presto in campo, oppure seminare su terreni saturi, può infatti compromettere il potenziale produttivo della coltura già nelle prime fasi.

Le semine tardive hanno dato risultati migliori

Il dato più interessante dell’annata crotonese arriva però dal confronto tra le epoche di semina. I campi seminati dopo Capodanno hanno infatti mostrato, in diversi casi, una capacità produttiva superiore rispetto a quelli seminati prima dell’inverno.
«Nei campi seminati più tardi, all’incirca dopo Capodanno, abbiamo avuto rese decisamente migliori», sottolinea Zurlo.
Non si tratta, naturalmente, di una regola valida per ogni annata. Una semina tardiva può ridurre la durata del ciclo e modificare l’accestimento, oltre a esporre la coltura a condizioni più calde durante le fasi finali. Tuttavia, in questa specifica campagna, il ritardo ha consentito in alcuni appezzamenti di evitare le conseguenze peggiori dell’eccesso di acqua.
La differenza è stata particolarmente evidente nei terreni pianeggianti che l’anno precedente avevano ospitato colture ortive. Qui le condizioni agronomiche hanno favorito produzioni molto superiori rispetto ai terreni collinari.
«Nei terreni pianeggianti che l’anno precedente avevano ospitato colture ortive abbiamo registrato rese di 60 quintali per ettaro in media», riferisce il cerealicoltore.
Il dato mostra ancora una volta il peso della rotazione colturale e della gestione complessiva dell’azienda. L’alternanza tra grano duro e colture ortive può offrire vantaggi agronomici, soprattutto quando permette di distribuire nel tempo le diverse esigenze colturali e di interrompere la continuità del cereale.

Dai 20 ai 60 quintali: quanto pesa il terreno

Il divario produttivo tra i diversi appezzamenti è stato molto ampio. Nelle zone collinari, secondo Zurlo, è stato difficile superare i 20 quintali per ettaro. Nei terreni pianeggianti più favorevoli, invece, la produzione media è arrivata a circa 60 quintali.
Una differenza di questa entità non può essere ricondotta a un solo fattore. Entrano in gioco la tessitura e la capacità del terreno di drenare l’acqua, l’epoca di semina, la coltura precedente, la disponibilità di elementi nutritivi e l’andamento meteorologico nelle diverse fasi del ciclo.
È proprio la combinazione di questi elementi a spiegare perché, nello stesso areale, il bilancio della campagna possa essere molto diverso da un campo all’altro.
La primavera, del resto, ha offerto condizioni decisamente più favorevoli rispetto all’inverno. «La stagione primaverile è stata buona, con temperature non troppo elevate e una buona distribuzione delle precipitazioni», osserva Zurlo.
Questa fase ha consentito alle colture che avevano superato le difficoltà iniziali di recuperare almeno in parte il potenziale produttivo. La primavera ha quindi svolto una funzione di compensazione, senza però riuscire a cancellare completamente gli effetti delle semine difficili e dell’asfissia radicale.

Raccolta del grano duro partita a giugno

Anche la fase finale del ciclo ha avuto un ruolo positivo. Le operazioni di trebbiatura sono iniziate nella prima decade di giugno, prima dell’arrivo delle temperature più elevate.
L’anticipo della raccolta ha permesso di evitare che il riempimento finale della granella venisse ulteriormente penalizzato da condizioni termiche troppo severe. Nel grano duro, infatti, le temperature elevate nella fase terminale del ciclo possono accelerare la maturazione e ridurre il tempo disponibile per il completamento del riempimento della cariosside.
In un’annata già caratterizzata da una partenza complicata, arrivare alla raccolta prima dell’innalzamento deciso delle temperature ha quindi rappresentato un elemento favorevole.
Il quadro complessivo resta però molto differenziato. Il messaggio che arriva dal Crotonese è chiaro: la variabilità climatica aumenta la variabilità produttiva, e la capacità dell’agricoltore di adattare le operazioni alle condizioni del terreno diventa sempre più importante.

L’Iride resta una scelta affidabile nel Crotonese

Sul piano varietale, l’esperienza aziendale di Zurlo indica una conferma per Iride, varietà che continua a trovare spazio nell’areale crotonese.
La provincia rappresenta una delle principali aree cerealicole della Calabria e, secondo l’agricoltore, concentra circa il 65% del grano duro regionale. In questo contesto la scelta varietale deve tenere conto delle caratteristiche pedoclimatiche locali, oltre che degli obiettivi produttivi e qualitativi dell’azienda.
«La varietà che si adatta di più alle condizioni pedoclimatiche è l’Iride», afferma Zurlo.
La scelta di una varietà non può naturalmente compensare condizioni meteorologiche estreme o errori nella gestione del terreno. Può però contribuire a costruire un sistema produttivo più stabile quando la genetica si combina con una corretta tecnica agronomica.
Nell’azienda crotonese, inoltre, la pressione delle principali avversità non sembra rappresentare il problema prioritario. Zurlo segnala una presenza generalmente contenuta di infestanti e malattie, citando in particolare papavero e ruggini.
Questo permette di concentrare l’attenzione sulla gestione della fertilità e della nutrizione. «Con un’adeguata concimazione di fondo e le successive concimazioni azotate riusciamo a ottenere buone rese», spiega.
La nutrizione, soprattutto in una coltura sottoposta a forte variabilità climatica, deve però essere calibrata sulle condizioni effettive del campo. L’obiettivo non è semplicemente aumentare gli apporti, ma sostenere la coltura nei momenti in cui può realmente utilizzare gli elementi nutritivi disponibili.

Il problema del prezzo pesa quanto il clima

Se il clima rappresenta il principale fattore di rischio agronomico, sul fronte economico la situazione non è meno complessa. La redditività del grano duro resta infatti legata a quotazioni che, secondo Zurlo, non garantiscono un adeguato ritorno all’agricoltore.
L’azienda conferisce il proprio prodotto a rivenditori locali, che successivamente lo destinano soprattutto a pastifici fuori regione, in particolare in Puglia. Questa distanza dalla destinazione industriale finale comporta un costo logistico che diventa particolarmente pesante quando il prezzo del grano scende.
«In un periodo come questo, dove ci sono quotazioni basse del grano, il costo del trasporto incide fortemente sul guadagno finale dell’agricoltore», sottolinea Zurlo.
È un tema centrale per la cerealicoltura meridionale. Il prezzo riconosciuto alla produzione non può essere valutato separatamente dai costi sostenuti per portare il prodotto sul mercato. Gasolio, lavorazioni, fertilizzanti, sementi, difesa, trebbiatura e trasporto incidono sul margine dell’impresa, mentre il prezzo del grano resta esposto alle dinamiche del mercato.
Da qui nasce una preoccupazione precisa: senza un miglioramento della redditività, le superfici a grano duro rischiano di ridursi.
«Tutto questo porterà sicuramente a una riduzione delle superfici coltivate a grano duro nei prossimi anni», afferma il presidente di Confagricoltura Crotone.

CUN e contrattazione, il nodo resta il prezzo

Il tema della remunerazione porta direttamente alla questione della CUN, la Commissione Unica Nazionale. Zurlo ricorda che Confagricoltura aveva espresso perplessità sull’impostazione dello strumento e sostiene che alcune delle criticità segnalate stiano emergendo nella pratica.
Il problema, secondo il rappresentante agricolo, riguarda soprattutto la capacità della parte produttiva di incidere sulla formazione del prezzo.
«Diventa difficile far sentire la nostra voce in sede di contrattazione dei prezzi», sostiene Zurlo. A suo giudizio, il peso della componente industriale resta rilevante e può condizionare le prime fasi della formazione della quotazione.
La questione non è soltanto tecnica. Per un cerealicoltore, infatti, il prezzo di mercato rappresenta il punto di arrivo di una stagione nella quale gran parte delle decisioni economiche sono state prese mesi prima. Quando si semina, i costi degli input e le condizioni di mercato future sono solo parzialmente prevedibili.
Per questo la stabilità del sistema di formazione del prezzo diventa importante almeno quanto il suo livello assoluto.

Grano duro, clima e mercato decidono il futuro

L’esperienza di Diego Zurlo mette insieme due criticità che oggi condizionano il grano duro italiano: la crescente variabilità climatica e la difficoltà di ottenere una remunerazione adeguata.
Sul primo fronte, la campagna crotonese mostra quanto sia importante una gestione flessibile della semina. L’annata ha premiato, in alcuni casi, chi ha atteso condizioni migliori del terreno, mentre le semine effettuate prima dell’inverno hanno subito le conseguenze dell’eccesso di acqua.
Sul secondo fronte, la distanza tra produzione e industria e i costi logistici possono ridurre ulteriormente il margine dell’agricoltore, soprattutto in presenza di quotazioni basse.
Il dato delle rese, da meno di 20 fino a circa 60 quintali per ettaro, racconta bene la complessità della stagione. Ma racconta anche la capacità dell’agricoltura crotonese di adattarsi a condizioni molto diverse.
La sfida per i prossimi anni sarà mantenere questa capacità di adattamento senza perdere la convenienza economica della coltura. Perché una varietà adatta, una buona rotazione e una tecnica agronomica corretta possono sostenere il rendimento del grano, ma senza un prezzo capace di coprire i costi e remunerare il lavoro dell’agricoltore anche la migliore strategia produttiva rischia di non essere sufficiente.

Autore: Alessandro Contini

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Alessandro Contini

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