Il quotidiano Avvenire, nell’inserto L’Economia civile, dedica oggi un ampio articolo di Paolo Viana al Cbam e all’urea. Ecco alcuni passaggi cruciali: «La terza Guerra del Golfo è iniziata il 28 febbraio, quando è scattata l’operazione militare congiunta Usa-Israele contro il governo iraniano ed Hezbollah: il giorno prima una nave di urea caricata in Egitto valeva 485 dollari, mentre a metà aprile superava i 900. Il rialzo ha seguito il prezzo dei carburanti: il gas è utilizzato per produrre l’ammoniaca, che a sua volta è la base dei fertilizzanti. L’inflazione, scaricata sulle campagne, ha portato gli agricoltori a ridurre le concimazioni.
Ciò significherà minori rese e prezzi più alti dei prodotti finali. Il nostro governo, pressato dai sindacati agricoli, ha annunciato immediate misure contro l’aumento dei prezzi: una pietosa bugia, perché i prezzi non li decidono i governi ma il mercato. Quel che potrebbe fare Roma è, invece, alleggerire il carico fiscale che aggrava il costo dei mezzi di produzione agricoli, ma neanche questo dipende interamente da lei. Sui fertilizzanti sono imposti prelievi fiscali che stabilisce l’Europa. Il governo ha affermato di aver convinto Bruxelles a sospenderli, ma non è ancora avvenuto. Spazientito, il Consorzio Sostanze Chimiche Fertilizzanti e Reach, costituito dagli importatori di fertilizzanti, ha presentato un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato contro il Contributo per la Sicurezza Alimentare sui fertilizzanti.
Questa ecotassa è pari al 2% del fatturato ottenuto dalla vendita di agrofarmaci e fertilizzanti di sintesi e genera un gettito di decine di milioni di euro che vanno a finanziare “iniziative” a favore del biologico».
«Il Carbon Border Adjustment Mechanism introduce un “prezzo” sull’emissione di CO2 incorporata in alcuni beni importati da paesi extra Ue e dovrebbe evitare il “carbon leakage”, ossia l’approvvigionamento di materie prime e prodotti finiti da Paesi inquinatori. (…) Ogni azienda che importa è tenuta a fornire ogni informazione riguardo all’impresa e al tipo di importazione e acquistare certificati Cbam che coprano almeno il 50 % delle emissioni generate da merci importate: la tassa si pagherà l’anno prossimo, tuttavia il costo dei certificati acquistati nel 2027, e corrispondenti alle emissioni incorporate nelle merci importate nell’Ue nel 2026, rispecchierà i prezzi delle quote di emissione Eu Ets nell’anno corrente.
L’idea è quella di riuscire a mappare tutte le emissioni di tutta la catena di fornitura e selezionare i fornitori green. Al momento, tuttavia non conoscendo ancora la situazione reale delle emissioni generate dalle industrie chimiche dei Paesi fornitori, l’Europa ha assegnato dei valori “teorici”, sulla cui base ha già iniziato a calcolare la tassa che si deve pagare. Per l’Egitto sono 37 euro a tonnel-lata, per altre provenienze 50 o anche 100, che vanno ad aggiungersi al prezzo della materia prima, già drogato dalla crisi petrolifera.
A conti fatti, sembra piuttosto ingenuo ritenere che questa tassa promuoverà il rinnovamento tecnologico dei Paesi di provenienza dei prodotti chimici, in quanto la scelta di acquistare l’urea in Egitto invece che in Nigeria dipende non dal Cbam ma dalla distanza, che ovviamente incide sul prezzo di prodotti di cui si vendono, di volta in volta, intere navi». L’articolo prosegue con un’analisi delle conseguenze del divieto all’uso di urea in Pianura Padana che scatterà dal 2028.




