Faccia a faccia con il nuovo presidente di Agia, che coltiva frumento
Il comparto cerealicolo italiano da diversi anni a questa parte sta vivendo una drastica riduzione della marginalità di guadagno per i coltivatori. Ne parliamo con Matteo Pagliarani nuovo presidente di Agia, l’associazione giovani imprenditori di CIA. Pagliarani è titolare di un’azienda agricola denominata “Clorofilla” con annesso agriturismo. L’azienda ha le dimensioni di circa 220 Ha, con una superficie agricola utilizzabile di circa 180 Ha. Si trova a Mercato Saraceno in provincia di Forlì-Cesena. Ecco come descrive la sua esperienza:
« io nella mia azienda coltivo sia grano tenero che duro. Inoltre nella mia azienda sono presenti anche diversi Ha di bosco e 4 Ha di vigneto. Fra le varietà di grano tenero negli anni ho seminato Palesio, Giorgione e Bologna. Invece fra le varietà di grano duro ho seminato Platone, Iride, Ettore, Marco Aurelio e Orobel. Le rese ottenute variano molto a seconda dall’annata. Dipendono anche dalla giusta gestione agronomica del terreno. Circa 15 q della produzione totale di grano viene reimpiegato per l’agriturismo. Il resto viene venduto.
La mia zona è un territorio a giacitura pedocollinare circondato da boschi con presenza di calanchi, a tessitura argillosa. Per questo dal grano tenero di solito riesco ad ottenere rese di circa 35 q/Ha, mentre per il duro mi fermo a 20-25 q/Ha. A differenza della pianura Padana dove si riescono ad ottenere anche rese di 75 q/Ha per il tenero e 50 q/Ha per il duro. Utilizzo il tenero per l’alimentazione animale. Utilizzo il duro per la produzione di pasta.
Negli ultimi anni i terreni hanno perso molto valore di mercato. Puntare sul settore primario con i costi delle materie prime in continuo aumento, soprattutto gasolio e fertilizzanti, non rende più sostenibile la produzione. Io cerco di diversificare la produzione. Sono tornato alle strategie del passato: una volta si gestiva un allevamento per chiudere il ciclo. Si coltivano cereali da reimpiegare in parte in azienda per valorizzare il prodotto. Se nella mia azienda non coltivassi anche foraggere per sostenere l’allevamento, sarebbe impossibile resistere » spiega Pagliarani.
Azioni politiche per la sostenibilità della granicoltura
« Per potere rendere sostenibile la coltivazione del grano, bisogna intraprendere delle azioni politiche sulle borse merci, sulla CUN (QUANTO GRANO RAPPRESENTA LA CUN?). E ancora di più sulla valorizzazione dei prodotti all’interno delle associazioni di produttori. In passato gli agricoltori dicevano che se si superano i 100 q di grano “avevi fatto l’annata agraria” ossia erano sufficienti per coprire i costi aziendali ed avere anche un certo guadagno. Adesso si può produrre quanto si vuole ma ci sono costi fissi così tanto elevati che non permettono di essere competitivi produttivamente nelle zone interne. E ancora peggio nel mio caso che opero in regime biologico.
Fino ad una quindicina di anni fa fare grano biologico permetteva di avere una differenza importante di mercato con un 20-25% di surplus nel prezzo. Oggi questo non c’è più. Non potremmo mai essere competitivi se non torniamo a pensare come si può cooperare fra noi agricoltori anche all’interno della filiera. Tutti gli attori che ne fanno parte, se hanno a che fare con enti divisi e non raccolti nelle proposte, riescono a spuntare un prezzo migliore rispetto a quando il mercato è aggregato. Per cui l’aggregazione fra produttori è fondamentale.
L’OCM è uno strumento che possiamo pensare di investire all’interno delle aziende agricole. In questo modo si può avere un prezzo equo lungo tutta la filiera.
Il mercato cerealicolo è un mercato non europeo ma globale: se manca il grano in Europa lo si può andare a comprare dall’alta parte del mondo » spiega Pagliarani.
Attenzioni alla reciprocità
« La reciprocità è qualcosa a cui prestare attenzione: noi siamo forti sulla qualità e sui processi trasformativi di certi prodotti agricoli. In Europa, come paese Italia, abbiamo fatto un lavoro che ha portato a fare enormi sacrifici in termini di investimenti. Inoltre, questo lavoro mette al centro l’etica produttiva e la riduzione dei residui di erbicidi e prodotti fitosanitari nei prodotti agricoli con la speranza che tutto ciò possa essere riconosciuto. Altrimenti possiamo abbandonare la lotta integrata e tornare ai trattamenti “a calendario”. Così anche noi possiamo ottenere produzioni differenti.
Ma noi abbiamo preferito fare dei sacrifici per potere andare incontro al consumatore. Questo è il messaggio che voglio far passare. Se noi agricoltori abbiamo fatto questi sacrifici non possiamo andare a prendere il grano che viene dall’estero. Un prodotto di qualità aumenta il costo perchè diminuisce la resa per ettaro. Dobbiamo cercare di ritrovare un certo equilibrio che parte dal prezzo finale che trova il consumatore sugli scaffali ma che si ripercuote sugli agricoltori. Il prezzo finale è aumentato ma l’agricoltore non ha aumentato i prezzi del grano. Il grano viene pagato come 30 anni fa. Io il massimo che sono riuscito a farmi pagare il grano duro è 45-50 €/q. A quella cifra si riesce ad essere in parte competitivi. Ma sotto quella cifra no. Parliamo di un guadagno massimo di 150 €/Ha.» spiega Pagliarani
Le rotazioni garantiscono la produzione
« Operando in regime di coltivazione biologico, la produzione dipende dalla giusta gestione del terreno. Perchè se arriviamo in ritardo con le varie operazioni c’è una differenza piuttosto importante di produzione rispetto ad una coltivazione con metodi convenzionali. Io in passato ho provato a coltivare di tutto: colture da seme, piante da biomassa, orticole, ciliegi, oliveti. Ho ancora 4 Ha di vigneto. Ma l’unica cosa che mi garantisce una produzione costante negli anni è la rotazione grano, orzo e erba medica. Tutto il resto, o per un motivo o per un altro, gelate o attacchi parassitari soprattutto, non mi garantisce una costanza di produzione. Se non per qualche annata ma non nel medio-lungo periodo » spiega Pagliarani.
Una parola chiave:autosufficienza
« Io sono un forte sostenitore del concetto di autosufficienza: prima valorizzare il prodotto interno lordo e cercare di collocarlo sul mercato, poi se non ci basta guardare alle produzioni estere. Noi compriamo i prodotti da stati che si sono dimenticati le strategie di produzione e sufficienza energetica e alimentare. Se non torniamo a pensare a come distaccarci da questa globalizzazione noi saremo sempre più in balia dei cambiamenti sullo scacchiere politico internazionale e questo non possiamo più permettercelo (UREA APPESA AL FILO DI TEHERAN). Ritorniamo a utilizzare energie sostenibili. Ritorniamo alla produzione di fertilizzanti e ad un’economia circolare interna del nostro paese. Dove non arriviamo cooperiamo globalmente con chi ci permette di avere una competizione», conclude Pagliarani.
Autore: Alessandro Contini
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