Crisi grano Veneto
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«VI SPIEGO PERCHÈ SI COLTIVA MENO GRANO»

La polesana Chiara Dossi fa il punto sulla crisi del frumento (tenero e duro)

Abbiamo chiesto a Chiara Dossi, importante imprenditrice veneta, di parlarci della crisi del grano in Veneto. Ecco il suo contributo.

La nostra azienda agricola, situata in Polesine, produce da generazioni frumento tenero e duro, in rotazione ad altre colture; ho prodotto anche orzo, in anni passati, ma quest’anno non ho investito in tale coltura a causa della mancanza di riconoscimento economico ed un rischio eccessivo di investire, eventualmente, in un secondo raccolto.

Nonostante i nostri terreni siano particolarmente vocati a questo tipo di cereali, da qualche anno si registra, anche in altre parti del Veneto, una vera e propria “ fuga “ dal grano duro  (anche nel mio caso), ma anche una inesorabile contrazione delle superfici investite a frumento tenero.

Le semine nell’autunno del 2025, sono comunque avvenute in condizioni climatiche più favorevoli rispetto all’anno precedente e la stagione della raccolta dovrebbe garantire produzioni soddisfacenti e buona qualità, ad eccezione di alcuni territori (tra l’alto polesine, basso veronese e padovano) duramente colpiti da recenti grandinate che hanno completamente distrutto le colture. 

Preoccupazione agricola

Tuttavia tra gli agricoltori c’è una forte preoccupazione a causa della scarsa redditività: eventi climatici estremi che compromettono le rese e talvolta la qualità, ma soprattutto l’aumento costante ed incontrollabile dei costi di produzione, nonchè l’assenza di valorizzazione a livello commerciale del frumento italiano (e non ultima una pac che ha penalizzato i seminativi), stanno purtroppo rendendo questa coltura sempre meno attrattiva, al punto da mettere a rischio anche la sopravvivenza delle aziende che ne avevano fatto la coltura prevalente.

I fallimenti

Si tratta di una crisi che in un primo momento sembrava potere essere controllata con i contratti di filiera, attraverso un’equa distribuzione di costi/ benefici tra le varie parti del sistema produttivo.  Tuttavia tali strumenti non hanno sortito l’effetto sperato, visto e considerato che il nostro grano vale tanto quanto (a volte anche meno) quello prodotto in qualsiasi altro Paese e, molto spesso, con costi produttivi di gran lunga inferiori ai nostro visto che noi dobbiamo rincorrere gli elevati standard di qualità richiesti dal mercato nel rispetto della sostenibilità ambientale; inoltre dobbiamo osservare rigidi protocolli di produzione, utilizziamo sementi certificate e tutto ciò che viene richiesto per garantire la tracciabilità del nostre prodotto,  misure a nostre spese che non comportano alcun riconoscimento a livello economico che possa giustificare lo sforzo.

Ci aggrappiamo alla quantità

L’unico strategia produttiva che garantisce un’apprezzabile marginalità è la quantità; ciononostante, ad oggi una produzione di 70 qli/ha  risulta essere insoddisfacente, cosa assurda atteso che è una resa più che dignitosa: è fin troppo chiaro che il rischio di impresa si sta trasformando per gli agricoltori in un “ terno al lotto”, visto che la variabile climatica, la volatilità dei prezzi e le speculazioni sui mezzi tecnici incidono in modo sempre più rilevante.

A queste condizioni le nostre produzioni non possono ovviamente essere competitive e assistiamo impotenti al paradosso della quotidiana esaltazione del Made in Italy, di un comparto dell’industria agro-alimentare con ritorni reputazionali elevatissimi dai quali derivano, tra le altre cose,  un export in continua ascesa. 

Crisi strutturale

Una crisi di tale gravità oramai è divenuta strutturale, dato che noi agricoltori non possiamo certo intervenire sui prezzi di concimi, gasolio e sementi, tantomeno possiamo intervenire sul clima e al contempo non possiamo scaricare su altri l’aumento dei costi sostenuti (con buona pace per l’istituzione della CUN  del grano duro presentata erroneamente come strumento correttivo del mercato!)

Appello alla politica

Chi ci governa – sia in Italia che in Europa – ha il dovere di porre delle soluzioni efficaci e tempestive: la recente sospensione delle tariffe doganali sui fertilizzanti attuata dalla UE o la concessione del credito di imposta su gasolio e fertilizzanti sono arrivate solo successivamente a gravissime speculazioni delle quali, nell’immediato, si sono fatti carico gli agricoltori e, in ogni caso, sono riduttive rispetto al danno sofferto.

Basta sacrificare l’agricoltura

Serve un chiaro segnale di inversione di tendenza a sacrificare l’agricoltura in cambio di altri interessi, non tanto per salvare i produttori di grano quanto per una vitale questione di sicurezza alimentare, affinchè non diventiamo totalmente dipendenti anche da queste materie prime che sono tra le poche che possiamo ancora produrre nei nostri territori (a differenza di altre che, purtroppo, dobbiamo reperire altrove).

Più ricerca

E’, inoltre, indispensabile da parte delle Istituzioni di ogni livello un rilevante supporto (anche attraverso la semplificazione della burocrazia) alla ricerca scientifica e alle biotecnologie  affichè si possano mettere in campo, quanto prima, una serie di strumenti come le TEA, che ci permetterebbero maggiore efficienza produttiva e qualitativa a minor costo, così da renderci maggiormente competitivi. 

Più equità

Serve, infine,  maggiore trasparenza nelle etichettature ed equità nelle filiere, unitamente ad un rinnovato spirito di aggregazione tra noi agricoltori che attraverso una seria cooperazione tra gli attori del comparto ci permetta di affrontare il mercato con maggiore forza contrattuale e minore esposizione alle speculazioni.

Autore: Chiara Dossi, agricoltore di Adria (Rovigo)

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