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IL GRANO DURO PERDE ANCORA TERRENO

Frumento ai minimi nell’azienda senese di Alessandro Cinughi: costi e prezzi spingono verso farro, triticale, favino e tenero.

Venti ettari di grano duro. Per Alessandro Cinughi, agricoltore della provincia di Siena che coltiva circa 300 ettari, non erano mai stati così pochi. La campagna 2025/26 segna, quindi, un nuovo arretramento del frumento all’interno di un ordinamento colturale nel quale stanno aumentando le alternative meno esigenti.

«Purtroppo nelle nostre aziende in provincia di Siena continua la contrazione delle superfici investite a cereali a paglia» ci racconta l’agricoltore.

Nei terreni di Cinughi nell’ultima campagna sono stati coltivati circa 80 ettari di cereali vernini, una quota ormai molto ridotta rispetto alle superfici potenzialmente disponibili.

«Con grande dispiacere ho raggiunto il minimo storico di superficie seminata a grano duro, a cui ho affiancato il triticale e, per la prima volta, il farro sia monococco che dicocco».

Una scelta che assume ancora più significato perché, dal punto di vista produttivo, l’annata non è stata negativa. Il duro ha raggiunto circa 35 quintali per ettaro con una qualità della granella particolarmente elevata, il triticale ha superato 55 quintali per ettaro e il farro dicocco i 30.

Buone rese, ma il conto deve tornare

Il problema, quindi, non è semplicemente riuscire a produrre. Sempre più spesso la scelta di mantenere o meno una coltura dipende dal rapporto fra valore del raccolto e costi necessari per ottenerlo. Per i cereali a paglia il peso degli input resta uno degli elementi che maggiormente condizionano le decisioni aziendali.

Come ci illustra l’agricoltore, «non si può non evidenziare la problematica dell’esplosione dei costi del concime e del gasolio che incideranno in maniera significativa sul conto colturale finale. Soprattutto, il tema influenzerà i programmi di semina autunnali che gli agricoltori stanno predisponendo in questo periodo».

Dall’altra parte ci sono prezzi di mercato che, secondo Cinughi, non consentono oggi di guardare con particolare fiducia, soprattutto per il frumento duro. Un problema che diventa ancora più evidente nelle aziende che adottano tecniche colturali accurate e, quindi, sostengono costi importanti per fertilizzazione, difesa e lavorazioni.

La qualità rimane fondamentale ma, da sola, non basta se il differenziale di prezzo riconosciuto dal mercato non riesce a compensare l’investimento necessario per raggiungerla.

Meno duro, più alternative

Le conseguenze potrebbero essere visibili già nei programmi per le semine autunnali. Secondo l’agricoltore senese «non è possibile prevedere il futuro ma, sicuramente, nel mio caso ipotizzo ulteriori margini di riduzione delle superfici a grano duro per le prossime stagione. Probabilmente, sarà lo stesso per i cereali a paglia in generale».

Non si prospetta, comunque, un abbandono completo dei vernini. L’idea è piuttosto quella di modificare ulteriormente il mix aziendale, cercando colture capaci di rispondere meglio sia alle esigenze agronomiche sia a quelle economiche.

«Cercherò di confermare e, forse, aumentare leggermente le superfici che ho seminato nella campagna appena trascorsa, probabilmente inserendo anche favino, non tanto per i margini reddituali ma per una migliore rotazione colturale. E’ possibile che inserisca anche il frumento tenero, non tanto coltivato nella nostra zona ma forse più in grado di a coprire i costirispetto al duro».

Il favino avrebbe, quindi, soprattutto una funzione agronomica, migliorando la rotazione e interrompendo la successione dei cereali. Il tenero potrebbe, invece, tornare ad essere preso in considerazione proprio per ragioni economiche. Già ad oggi circa 150 ettari delle superfici aziendali di Cinughi sono investite ad erba medica, per motivi sia di rigenerazione del suolo sia di diversificazione del rischio.

Poi ci sono triticale e farro. L’esperienza dell’ultima campagna, soprattutto sul dicocco, ha mostrato come colture meno esigenti possano rappresentare un’alternativa interessante quando riescono ad associare rese soddisfacenti a un impiego più contenuto di mezzi tecnici.

Il punto non è, quindi, soltanto quale cereale produca di più. In uno scenario di costi elevati e prezzi poco remunerativi, la vera domanda per l’agricoltore diventa quale coltura riesca ancora a lasciare un margine. Ed è su questa base che, anche nelle aree tradizionalmente vocate, il frumento duro rischia di perdere altro terreno.

Autore: Azzurra Giorgio

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