Per la cerealicoltura italiana, dall’area padana fino agli areali del Centro e del Sud, la gestione dell’acqua è ormai una questione strutturale. Non si parla più soltanto di siccità, ma della capacità del sistema agricolo di trattenere, distribuire e usare bene una risorsa che arriva in modo sempre più irregolare. In questa chiave va letto il progetto presentato da ANBI, che ha candidato 266 interventi nella nuova finestra del Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza nel Settore Idrico: un piano che guarda alla sicurezza idraulica, ma che per il mondo dei cereali significa anche più resilienza produttiva, maggiore continuità irrigua e difesa del reddito agricolo. L’evento del 14 aprile a Roma, presso la Camera dei Deputati, è stata l’occasione per comunicare quello che rappresenta un “eccezionale impegno di sistema”, con opere già progettate e una richiesta precisa di finanziamenti rapidi.
Acqua per i cereali
Chi coltiva frumento, mais e altri seminativi sa bene che oggi il problema non è solo la quantità complessiva di pioggia, ma la sua distribuzione nel tempo. La competitività della cerealicoltura passa sempre più dalla possibilità di trasformare eventi estremi e precipitazioni irregolari in acqua disponibile nei momenti utili alle colture. In questo senso, il valore dell’iniziativa ANBI è molto concreto: creare o adeguare invasi, migliorare adduzioni e derivazioni, rendere più efficiente la rete. Significa mettere mano a una delle principali strozzature del sistema agricolo italiano, cioè la difficoltà di conservare acqua quando c’è e di consegnarla ai territori quando serve davvero. È una logica che si adatta bene sia al Nord, dove si teme già una nuova stagione idrica complessa, sia alle aree del Centro-Sud, dove la disponibilità della risorsa resta ancora più fragile.
I numeri del piano
Il quadro illustrato da ANBI è di grande portata: 266 progetti, di cui 139 al Nord, 67 al Centro e 60 al Sud e nelle isole. Le opere previste comprendono 74 invasi, 66 derivazioni e 106 adduzioni, per un fabbisogno complessivo di 7,3 miliardi di euro. Dei bacini previsti, 48 sono nuovi serbatoi e 26 saranno adeguati, con un incremento complessivo della disponibilità idrica pari a 1 miliardo di metri cubi. Gli interventi di efficientamento della rete, inoltre, permetterebbero un risparmio stimato di 2 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Per la cerealicoltura si tratta di una possibile base infrastrutturale per rendere più stabili rese, qualità e programmazione aziendale. A ciò si somma l’effetto economico più ampio: oltre 57.100 posti di lavoro attivabili e un impatto sul territorio quantificato in circa 1,5 miliardi di euro l’anno.
Le parole di Vincenzi
Il presidente di ANBI, Francesco Vincenzi, mette bene a fuoco il senso politico e operativo di questa proposta. “Di fronte all’efficienza realizzativa, dimostrata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, rispettandone tutti i cronoprogrammi ed alla capacità progettuale, esibita con il 46% delle proposte nel Piano Idrico Nazionale, abbiamo il diritto di alzare le nostre ambizioni, chiedendo ai soggetti decisori i necessari finanziamenti in tempi certi e celeri per aumentare la resilienza dei territori alla crisi climatica”. E aggiunge: “Con questo programma dettagliato, i Consorzi di bonifica ed irrigazione si confermano autentici uffici progettazione a servizio del territorio, ma è evidente che inutili complessità burocratiche frenano energie e competenze”. Sono parole che aiutano a leggere il piano non come una semplice richiesta di risorse, ma come una proposta già strutturata e immediatamente traducibile in cantieri.
Dal Nord al Sud
L’interesse del piano è anche nella sua capacità di parlare a territori diversi. Al Nord la cerealicoltura si confronta con bacini alpini meno generosi, riserve nivali spesso insufficienti e una rete irrigua che deve sostenere produzioni ad alta intensità. Al Centro e al Sud il tema è ancora più netto: in molte aree servono opere che permettano di accumulare acqua nei periodi favorevoli e di distribuirla in modo efficace quando le colture entrano nelle fasi più sensibili. L’idea di fondo è giusta: non si può più affrontare la crisi idrica con logiche emergenziali, ma con una infrastrutturazione stabile e diffusa. È qui che l’iniziativa dei Consorzi merita di essere elogiata, perché prova a costruire una risposta sistemica là dove per troppo tempo si è intervenuti solo in rincorsa degli eventi climatici.
Il piano laghetti
A rafforzare questa impostazione ci sono anche altre iniziative, come il cosiddetto Piano Laghetti ANBI-Coldiretti, più volte richiamato dall’associazione come parte di una strategia più ampia di adattamento. L’obiettivo indicato da ANBI è quello di arrivare entro il 2030 a 10.000 invasi medio-piccoli, multifunzionali ed eco-compatibili, con quasi 400 opere già considerate cantierabili. Vincenzi lo aveva spiegato con chiarezza già negli anni scorsi, sottolineando che il Piano Laghetti punta a rendere disponibili maggiori risorse idriche per usi agricoli e potabili e anche per la produzione di energia rinnovabile. ANBI insiste, inoltre, sul fatto che questi invasi devono essere letti come infrastrutture capaci di trattenere l’acqua piovana e mitigare l’alternanza tra lunghi periodi secchi ed episodi di pioggia intensa. Per i cerealicoltori, il piano laghetti significa più capacità di conservare l’acqua vicino ai territori produttivi e meno dipendenza dall’emergenza.
Consorzi strategici
Il punto, allora, non è soltanto che servano nuove opere, ma che esista un soggetto tecnico capace di progettarle e calarle nei diversi contesti territoriali. ANBI insiste su questo passaggio, rivendicando il ruolo dei Consorzi di bonifica e irrigazione come strutture al servizio del territorio. Vincenzi chiude, infatti, con una richiesta netta alla politica: “Ora però non ci sono più alibi: esistono progetti immediatamente cantierabili e, come affermiamo sempre, anche risorse: alla politica chiediamo di trasformare queste opportunità in opere tangibili per il Paese”. È una presa di posizione che il mondo cerealicolo può condividere, perché senza reti moderne, invasi e capacità di regolazione dell’acqua non c’è stabilità produttiva possibile.
Una priorità nazionale
Per la cerealicoltura italiana, oggi, l’acqua è insieme fattore produttivo, elemento di qualità e leva di competitività. Per questo il piano presentato da ANBI va salutato positivamente: perché interpreta il problema con serietà, mette sul tavolo numeri, opere e ricadute economiche, e lo fa con una visione che tiene insieme Nord e Mezzogiorno agricolo. Investire in invasi, reti e infrastrutture irrigue significa investire nella capacità stessa dell’agricoltura italiana di restare produttiva in un clima che cambia. In quest’ottica, l’impegno dei Consorzi appare non solo utile, ma necessario: un passaggio concreto per dare più sicurezza ai territori e più prospettiva alle filiere cerealicole.
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