battaglia del grano
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MAGGIORE RACCONTA LA BATTAGLIA DEL GRANO

Le varietà impiegate, le innovazioni e i risultati storici.

Prosegue il ciclo di interviste sulla storia del frumento in Italia con il Prof. Tommaso Maggiore, già Professore Ordinario di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee e Accademico ordinario dei Georgofili, Firenze (nella foto). In questo articolo ci racconta la Battaglia del grano: dalle varietà di grano tenero impiegate, alle innovazioni apportate nelle agrotecniche, ai risultati per i cerealicoltori. (Leggi il racconto dai primi del ‘900).

battaglia del granoQuali varietà si impiegarono nella Battaglia del grano?

Essenzialmente si impiegarono quelle di Strampelli e solo  in parte quelle di Todaro. I vantaggi derivavano dalla loro precocità: si pensi ad Ardito (due spighe sono nella foto in alto), Damiano Chiesa,  Mentana e Villa Glori, le quattro  grandi varietà di Strampelli che diedero luogo alla Battaglia. Faccio notare che sono tutte varietà alternative, non con altissime resistenze al freddo; quindi, che non si potevano portare in montagna o alta collina.

 

battaglia del granoA guidare la Battaglia del grano c’era una commissione di cui era membro lo stesso Strampelli, sotto la presidenza di Mussolini (vedi la foto accanto).

Gli altri autorevoli scienziati erano Draghetti ( Agronomo e direttore  della Stazione sperimentale agronomica di Modena), Gola ( Fisiologo vegetale direttore dell’Orto botanico di Padova) e il capo della Cattedra ambulante di Brescia, Gilbertini.

 

Che tipo di cerealicoltura esce dalla Battaglia del grano e, poi, dalla guerra?

Sicuramente esce una cerealicoltura quantitativamente già accettabile: pensiamo che tra le zone di Brescia e Cremona le produzioni erano tra 55 e 60 q/ha

Quali altre innovazioni ci furono nelle agrotecniche?

Un personaggio importante fu Alfonso Draghetti, come ricordato direttore della Stazione agraria sperimentale di Modena, che si rese conto di carenze in termini di resistenza al freddo nei frumenti dell’epoca. Studiò e fece applicare , quindi, la cosiddetta “nitratatura invernale”: invece di distribuire l’azoto all’accestimento e alla levata, come si fa oggi, lo si distribuiva non appena avveniva la prima gelata. Si distribuivano a mano 1 q/ha  di nitrato di calcio e si ripeteva l’applicazione dopo 20 giorni: questa tecnica era l’unico modo per alterare il punto crioscopico, così da non far gelare i tessuti della pianta.

L’inconveniente era che la pianta, uscita dall’inverno, era molto rigogliosa e aveva più bisogno di azoto che, se era stato dilavato, era effettivamente carente. Ad ogni modo, la densità delle piante non si era modificata, l’accestimento era stato pieno e si raggiungevano 700 spighe/ m2 che erano quelle desiderate per massimizzare le rese. Il tutto, considerando che all’epoca non si avevano problemi di infestanti, non essendovi ancora i diserbi di sintesi, e si lavorava con le zappette tra le file per diserbare.

Per dimostrare la validità della tecnica di concimazione azotata, i cattedratici fecero un’importante azione dimostrativa: intorno ai bivi o ai quadrivi delle strade , sceglievano un campo di frumento che vedevano ingiallito. Avevano con sé  nel calesse un po’  di nitrato di calcio, entravano in campo e, con il concime, scrivevano nel grano la parola “asino”. Arrivata la levata, dove era stato distribuito il nitrato, il grano era più alto e si poteva leggere, appunto, la parola “asino”…così da generare l’ilarità dei passanti. I cattedratici, allora, riunivano gli agricoltori in quel punto e spiegavano loro i motivi di quanto avvenuto: di certo, avevano stimolato la curiosità degli agricoltori e ottenuto un buon risultato!

Oltre a Strampelli, chi era attivo nel miglioramento genetico a quei tempi?

C’era il Prof. Todaro, Direttore dell’istituto di agronomia di Bologna, che faceva miglioramento genetico ma non credeva all’introduzione di geni per la bassa taglia attraverso l’incrocio. Riteneva che, selezionando mutanti più bassi in campo da varietà o popolazioni, avrebbe potuto ottenere ugualmente varietà basse e adatte all’ambiente. Un suo importante merito fu quello di aver cresciuto i suoi allievi e aver anche convinto la Cassa di Risparmio di Bologna a costituire la Società Produttori Sementi ad Argelato, nel 1911, con l’obiettivo di moltiplicare e diffondere le varietà. Negli anni, giunse a produrre la celebre varietà “Inallettabile”, progenitrice di tutta una linea di frumenti, i cosiddetti “grani F” (Funo, Funotto, Funello, Farnese… dell’Istituto di Allevamento Vegetale da lui creato a Bologna e poi diretto da Bonvicini).

Anche Todaro, come Strampelli, fu senatore del Regno e, fino agli anni ’40 non ammise che Strampelli aveva ragione nella ricerca della taglia bassa tramite incrocio.

Di quelle varietà, cosa è resistito?

Ad oggi, niente. Tra i grani costituiti presso la Produttori Sementi fu celebre Irnerio, ancora nelle classifiche negli anni ’70 ma poco resistente alla ruggine gialla. Successivamente fu sostituito da Centauro, che ha avuto 10 anni di grande gloria. Un altro personaggio che operava nel miglioramento genetico era Michahelles; a Frassineto: operando con gli stessi materiali di Strampelli, o derivati da Strampelli, con qualche variazione riuscì ad avere altri abbassamenti di taglia impressionanti, pensate al Mec, al Conte Marzotto, Generoso e Rondine,  tutti grani di grande produttività. Occuparono grande spazio nel secondo dopo guerra e dopo, prevalendo ancora negli anni ’60 e ’70.

La battaglia della bassa taglia era più spinta dalla scienza o dall’agricoltore?

L’agricoltore non si esprimeva, al massimo poteva farlo l’agronomo. Non c’erano neanche gruppi industriali che davano indicazioni: si pensi  anche che con la guerra nacquero gli ammassi che diventarono i fornitori dei mulini.

Era più la politica che guidava lo sviluppo dell’agricoltura, non l’agricoltura stessa: per politica si intendono le istituzioni scientifiche, che stimolavano la ricerca con una certa visione. Vi ho raccontato dei grandi, ma non c’era Istituto di Agronomia che non si svolgesse uno specifico programma di miglioramento genetico. Ad esempio, a Firenze operava come agronomo il Prof. Oliva (autore de “La politica granaria di Roma”) che lavorava sul territorio montano. Raccolse materiale tra le popolazioni resistenti nei territori alpini e costituì la varietà Est, adatta alle zone alto  collinari. Anche il Prof. Gasparini, suo successore, costituì la varietà Verna, resistente al freddo e alle ruggini, per la collina.

Autore: Azzurra Giorgio

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