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METEO OSTICO PER IL GRANO SICILIANO

Annata difficile per il grano siciliano: intervista con Salvo Massimino

La stagione meteorologica in corso ha provocato diverse difficoltà per la coltivazione del grano in Sicilia.

Ne parliamo con Salvo Massimino

La stagione meteorologica in corso ha provocato diverse difficoltà per la coltivazione del grano in Sicilia. Ne parliamo con Salvo Massimino presidente della sezione agricoltura biologica di Confagricoltura Catania e produttore di grani antichi biologici. Massimino è presidente della sezione agricoltura biologica di Confagricoltura Catania. Inoltre è titolare di un’azienda delle dimensioni di circa 50 Ha sita nel comune di Augusta (SR).

Ci dice: « l’annata in corso è particolarmente fuori dall’ordinario. Le piogge di inizio autunno hanno ritardato i lavori preparatori e le semine. Nel versante orientale della Sicilia nel mese di gennaio il ciclone Henry ha provocato ingenti danni con straripamenti di corsi d’acqua e conseguenti allagamenti dei campi soprattutto nella Piana di Catania; la stagione poi è proseguita con delle piogge frequenti che però non hanno avuto le caratteristiche delle precedenti legate al ciclone. Quindi hanno consentito un andamento abbastanza regolare della coltura. Adesso siamo in una fase delicata del ciclo di coltivazione. Pertanto speriamo che questo andamento delle precipitazioni continui perchè normalmente si assiste ad una diminuzione drastica delle precipitazioni da aprile in poi e questo è deleterio per la fase finale coltura » spiega Massimino

Una terra ricca di biodiversità

« In Sicilia abbiamo un’elevata biodiversità: le varietà di grani autoctone sono oltre 50 soprattutto grani duri ma anche qualche grano tenero. Alcuni di essi sono più diffusi di altri su tutto il territorio siciliano e si prestano ad essere coltivati in areali diversi. Inoltre, altri sono invece caratteristici di alcuni areali che si sono adattati a condizioni specifiche. Magari sono adattati a zone di montagna o di altre zone con caratteristiche ben precise.

Tra i grani duri antichi coltivati possiamo ricordare il “Perciasacchi” il cui nome in dialetto significa “bucasacchi”. Esso deve il suo nome alla cariosside particolarmente appuntita che appunto bucava i sacchi di juta durante il trasporto. La sua semola è ottima per la pastificazione, il Russello Ibleo tipico della zona dei monti Iblei molto apprezzato per la poca quantità di paglia prodotta. La semola di Russello Ibleo è utilizzata per la produzione di pasta e pane duro secondo la tecnica tradizionale diffusa in provincia di Ragusa. Fra i grani teneri invece la varietà più conosciuta è la Maiorca. Originariamente questa varietà era coltivata dagli agricoltori che poi la donavano alle chiese per la produzione di ostie da consacrare durante l’Eucarestia.

Tra le altre varietà meritevoli di considerazione possiamo ricordare fra i grani duri la “Timillia”. Si tratta di un grano duro a ciclo breve che produce una farina di colore scuro e presenta caratteristiche organolettiche quali: alta digeribilità, elevato tenore proteico e basso contenuto di glutine. Queste caratteristiche la rendono particolarmente apprezzata dal consumatore,

il “Margherito” grano duro tipico della Piana di Catania ed in particolare del comune di Ramacca. Il suo nome deriva dalla zona dove veniva coltivato anticamente ossia la Valle del Margherito.

Tutti questi grani hanno una resa media abbastanza bassa, difficilmente si superano i 20 q/Ha; tutto questo è dovuto sia alle caratteristiche genetiche dei grani antichi sia al fatto che operando in regime di coltivazione biologica. Infatti non si può spingere troppo con la concimazione azotata.

Tuttavia, concimazioni azotate non gestite accuratamente possono essere anche controproducenti perchè potrebbero far sviluppare eccessivamente la biomassa. Questo può portare ad avere problemi di allettamento in varietà che già geneticamente sono a taglia alta.

In generale si può affermare che i grani antichi non necessitano normalmente di “imput” esterni per poter ottenere una produzione di qualità. Nella mia azienda essendo assoggettata ad un regime di produzione biologica attuo la pratica dell’avvicendamento. Ma a prescindere dalle norme comunitarie è una buona tradizione agricola da mettere in pratica.

Tradizionalmente nella cerealicoltura siciliana in passato si alternava il frumento duro con la pratica del maggese; in tempi più moderni questa pratica è caduta in disuso. Ad oggi gli avvicendamenti principali praticati vengono effettuati con leguminose da foraggio vecce e trifogli o da granella (cece soprattutto). Queste sono destinate all’alimentazione del bestiame.» spiega Massimino

Il maggese

Con Massimino torniamo a parlare del maggese che è un’antica pratica colturale consistente nel lasciare a riposo il terreno dalla coltivazione per un intero anno durante il quale vengono svolte una serie di lavorazioni. In tal modo si ottiene un solo raccolto in due anni, raccolto che beneficia quindi delle precipitazioni cumulate in due annate. Era una pratica possibile e vantaggiosa quando la piovosità di un anno era insufficiente per riportare il terreno alla capacità di campo. In questo modo i terreni dotati di buona capacità di ritenzione idrica si poteva sperare di accumulare diverse centinaia di m3 in più di acqua ad ettaro.

Il maggese è stato una pratica molto utilizzata in passato anche in regioni non particolarmente aride, ma caratterizzate da un’agricoltura primitiva. Infatti durante il periodo di riposo il terreno vedeva innalzato il tasso di fertilità. Questo accadeva oltre che per l’arricchimento d’acqua, anche sotto parecchi altri aspetti: maggiori quantità di azoto e fosforo disponibili grazie all’intensificata attività microbica. Inoltre si aveva un miglioramento della struttura del terreno e facilità di controllo di parassiti e infestanti.

Accanto a questi aspetti positivi ci sono anche aspetti negativi che hanno fatto si che questa pratica sia andata progressivamente in disuso. Tra i quali possiamo ricordare il fatto che il terreno tenuto a lungo scoperto da vegetazione è più esposto al fenomeno dell’erosione.

La gestione delle infestanti

«Le infestanti – aggiunge Massimino – hanno sempre rappresentato un grosso problema per quanto riguarda la gestione delle produzioni cerealicole biologiche. Io da una quindicina di anni ho ripreso la coltivazione di grani antichi. Il problema delle infestanti viene gestito in maniera più performante perchè l’elevata taglia dei grani antichi unita alla velocità di accrescimento fa si che le malerbe vengano soffocate in maniera naturale. L’aumento della densità di semina è un altro valido strumento che consente di contrastare efficacemente le infestanti. Da ultimo, la “falsa semina” è fondamentale per tenere puliti i campi prima della semina.

Anche l’alternanza con leguminose da foraggio che vengono sfalciate serve per ridurre le carica di semi infestanti in campo per l’anno successivo».
«Tra le infestanti meritevoli di considerazione per le perdite produttive che causano c’è sicuramente fra le graminacee monocotiledoni l’avena selvatica (avena fatua). Tra le dicotiledoni invece il crisantemo campestre (chrysantemun segetum), pianta a portamento cespitoso molto fastidiosa in quanto presenta un’elevata velocità di riproduzione con la produzione di un’alta quantità di semi. La malva (malva spp) infine l’aneto (anethum graveolens) può causare seri problemi nelle annate particolarmente piovose come quella in corso.

Altra considerazione da fare sulle erbe infestanti è che in annate segnate da precipitazioni abbondanti come l’attuale esse causano ritardo nella trebbiatura del grano perchè bisogna aspettare che esse appassiscono per evitare di raccogliere prodotto con umidità elevata. Inoltre, espone di più al rischio degli incendi in quel periodo dell’anno è sempre di più crescente » conclude Massimino.

Autore: Alessandro Contini

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Alessandro Contini

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