Tra gli spunti emersi al Food&Science Festival di Mantova 2026, uno dei più interessanti per la cerealicoltura riguarda l’azoto. Non solo perché è un elemento decisivo per resa e proteine, ma perché rappresenta anche una delle voci più pesanti nei costi di coltivazione del frumento.
Il grano, infatti, ha bisogno di azoto per costruire biomassa, sostenere il riempimento della granella e raggiungere i parametri qualitativi richiesti dalla filiera. Ma l’azoto è anche un input complesso da gestire: costa, può essere perso nell’ambiente e non sempre viene assorbito dalla pianta con la massima efficienza.
Da qui nasce una domanda che sembra quasi fantascienza agronomica: sarà mai possibile avere una varietà di frumento capace di procurarsi almeno una parte dell’azoto da solo?
Il modello delle leguminose
In natura il riferimento è noto. Le leguminose, grazie alla simbiosi con batteri azotofissatori, riescono a trasformare l’azoto atmosferico in forme utilizzabili dalla pianta. Per questo colture come favino, soia, pisello o erba medica hanno un ruolo importante nelle rotazioni e nella fertilità dei suoli.
Il frumento, però, non funziona così. Non forma noduli radicali come le leguminose. Assorbe l’azoto dal terreno e dipende, quindi, dalla fertilità naturale del suolo, dalla mineralizzazione della sostanza organica e dagli apporti esterni.
La sfida della genetica è provare ad aprire una terza strada. Non trasformare semplicemente il frumento in una leguminosa, ma renderlo più capace di dialogare con i microrganismi presenti attorno alle radici.
Una ricerca che arriva dagli Stati Uniti
Un esempio interessante arriva dall’Università della California, Davis. Un gruppo di ricerca ha lavorato su piante di frumento capaci di stimolare nel suolo la produzione di azoto utilizzabile dalla coltura. Il meccanismo si basa sull’uso di tecniche di miglioramento genetico (CRISPR) per indurre il grano a produrre in maggiore quantità un composto naturale. Una volta rilasciato nella rizosfera, questo composto aiuta alcuni batteri a convertire l’azoto atmosferico in forme disponibili per la pianta (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.70289).
Non si tratta, almeno per ora, di un grano che “fissa l’azoto” come una leguminosa. La differenza è importante. La pianta non diventa una soia o un favino. Piuttosto, diventa più capace di creare attorno alle radici un ambiente favorevole alla fissazione biologica dell’azoto.
È una prospettiva interessante perché sposta l’attenzione dal solo patrimonio genetico della pianta al rapporto tra pianta, suolo e microbioma. In altre parole, il futuro del grano potrebbe non dipendere solo da varietà più produttive, ma anche da piante capaci di valorizzare meglio la vita microbica del terreno.
Meno concime, non zero concime
Per l’agricoltore, è bene essere chiari: non siamo davanti a varietà commerciali già disponibili, nè prevediamo la fine della concimazione azotata.
Anche nella migliore delle ipotesi, un grano più efficiente nel rapporto con i batteri azotofissatori dovrà essere inserito in una gestione agronomica completa ed integrata. Serviranno suoli vitali, rotazioni corrette, sostanza organica, attenzione alla struttura del terreno e una nutrizione calibrata sui fabbisogni reali della coltura.
Il punto, quindi, non è immaginare un grano coltivato senza concimi. Il punto è arrivare a un grano che usi meglio l’azoto, che ne sprechi meno e che possa ridurre, almeno in parte, la dipendenza dagli input esterni.
Una frontiera anche ambientale
Il tema è rilevante anche sul piano ambientale. L’azoto non utilizzato dalla pianta può essere perso per lisciviazione, volatilizzazione o emissione di protossido di azoto. Per questo ogni punto di efficienza in più conta.
La ricerca internazionale sulle simbiosi tra colture e microbioma del suolo va proprio in questa direzione: rafforzare le relazioni utili tra piante e microrganismi per costruire sistemi agricoli più sostenibili. Non è una scorciatoia ma una nuova frontiera del miglioramento genetico.
Il miglioramento genetico, quindi, non sostituirà l’agronomia ma potrà darle strumenti nuovi. Dopo decenni in cui l’evoluzione genetica ha puntato soprattutto a resa, qualità e resistenza alle malattie, la prossima fase potrebbe includere anche la capacità della pianta di collaborare meglio con il suolo.
E in un contesto in cui produrre frumento significa fare i conti con margini stretti, clima instabile e input costosi, un frumento più efficiente nell’uso dell’azoto sarebbe già una piccola rivoluzione.
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