Il raccolto 2026 della Capitanata lascia una sensazione amara. Dopo la siccità delle campagne precedenti, le piogge primaverili hanno creato condizioni favorevoli e consentito produzioni anche superiori a 4-5 t/ha. Proprio questa annata, però, ha mostrato con maggiore nettezza il limite attuale della cerealicoltura pugliese: molte aziende hanno ridotto concimazioni e altri interventi non perché fossero tecnicamente inutili ma perché non potevano più permetterseli.
«L’attuale scenario di mercato rende una buona gestione agronomica un “lusso” non sempre possibile», afferma Michele De Santis, ricercatore del Dipartimento DAFNE dell’Università di Foggia. È una affermazione che riassume la distanza crescente tra ciò che servirebbe fare in campo e ciò che i bilanci aziendali consentono.
Il compromesso entra in campo
La scelta di limitare fosforo, azoto o difesa non nasce necessariamente da scarsa consapevolezza agronomica. È spesso una risposta difensiva a quotazioni basse, costi variabili e rischio climatico. Dopo due annate asciutte, molti cerealicoltori hanno preferito non anticipare risorse che avrebbero potuto non recuperare alla trebbiatura. Nel 2026, però, le piogge sono arrivate e hanno premiato soprattutto chi aveva sostenuto la coltura.
«L’agricoltore è costretto a fare delle scelte generali di compromesso, cercando almeno di rientrare nei costi», osserva De Santis. Il problema è che il compromesso ripetuto può diventare un modello produttivo al ribasso: meno fertilità, minore controllo delle avversità, qualità più incerta e scarsa capacità di raggiungere le classi merceologiche meglio remunerate.
Negli areali meridionali con una produttività strutturale intorno a 3-3,5 t/ha, i margini sono particolarmente fragili. Anche una tecnica corretta può non essere sufficiente quando il valore della produzione non copre adeguatamente terra, mezzi tecnici, lavorazioni e rischio. «Questa prospettiva non sembra sostenibile nel medio periodo e potrebbe rivelarsi deleteria per la filiera nel tempo», avverte il ricercatore.
Tecnica e impresa non possono separarsi
La risposta non può essere trovata solo nella tecnica agronomica. Per applicare una gestione selettiva servono competenze tecniche ma anche capacità imprenditoriale: conoscere i costi per appezzamento, distinguere dove conviene investire, scegliere varietà e destinazioni commerciali coerenti, programmare gli acquisti, valutare contratti, stoccaggio e rischio.
Il mercato del grano duro è globale, specializzato e sempre più rapido. Affrontarlo con decisioni basate soltanto sull’abitudine o sulla riduzione indistinta degli input significa utilizzare un modello costruito per un’epoca che non esiste più. Le aziende che riescono a vivere bene di cerealicoltura sono spesso quelle capaci di integrare tecnica, organizzazione e mercato, non necessariamente quelle che spendono di più.
Questo passaggio non può, però, essere scaricato interamente sul produttore. Formazione, assistenza tecnica, accesso ai dati e aggregazione dell’offerta sono condizioni indispensabili perché le competenze diventino scelte applicabili. Senza una struttura aziendale e finanziaria adeguata, anche l’indicazione agronomicamente corretta resta sulla carta.
I contratti non cancellano il rischio
In molti territori della Capitanata, inoltre, le alternative colturali sono limitate. «Non si intravedono nell’immediato colture che permettano una reale alternativa agronomica economicamente valida», spiega De Santis. Gli avvicendamenti possono migliorare il sistema nel lungo periodo, ma anche risultare poco convenienti nell’anno in cui vengono introdotti.
La differenziazione del listino CUN prova a riconoscere un valore crescente alle classi qualitative superiori. I premi, nella forma di differenziale tra il grano duro convenzionale e il fino alto proteico devono essere confrontato con i maggiori costi sostenuti e con la possibilità che clima e suolo impediscano, comunque, di raggiungere il target.
Anche i contratti di filiera sono utili, ma non risolvono da soli lo squilibrio. «La promozione dei contratti di filiera è sicuramente una via da percorrere, ma non rappresenta la soluzione dei problemi», precisa De Santis. Quando gli standard sono elevati e il rischio biologico resta quasi tutto sul produttore, la filiera trasferisce a monte l’incertezza senza condividerne davvero il costo, conclude il ricercatore.
La Capitanata non ha bisogno di meno grano ma di imprese cerealicole più solide e di relazioni di filiera più mature. «Una buona ed equilibrata gestione agronomica ed economica resta la base di partenza», conclude De Santis. Perché sia possibile, però, il mercato deve tornare a remunerare non soltanto la granella ma anche le competenze e il rischio necessari per produrla.
Autore: Azzurra Giorgio
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