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LA PUGLIA TORNA A PRODURRE, MA I CONTI?

Piogge primaverili e gestione agronomica hanno sostenuto le rese del grano duro in Capitanata.

Dopo due campagne segnate dalla siccità, il raccolto 2026 ha riportato il grano duro pugliese su livelli produttivi più soddisfacenti rispetto al recente passato, ma comunque in linea con le produzioni medie dell’areale. Non è, però, una ripresa uniforme. In Capitanata, la maggiore disponibilità idrica ha reso ancora più visibili le differenze tra terreni, successioni colturali e strategie aziendali: dove la coltura è stata accompagnata con una gestione adeguata, le rese hanno raggiunto valori interessanti; dove gli input sono stati ridotti o il frumento è tornato troppo frequentemente sullo stesso terreno, il risultato è rimasto più modesto.

«Il 2026 ha visto una migliore distribuzione delle piogge, soprattutto nel periodo primaverile, che ha permesso il registrarsi anche di punte interessanti, in relazione alla potenzialità produttiva dell’areale», spiega Michele De Santis, ricercatore del Dipartimento DAFNE dell’Università di Foggia.

Rotazioni e fertilità fanno la differenza

La pioggia, da sola, non basta a spiegare il raccolto. All’interno della Capitanata l’andamento termopluviometrico si è combinato con la fertilità dei suoli e con la storia agronomica degli appezzamenti. Le produzioni più elevate sono arrivate soprattutto dove il frumento ha trovato una buona dotazione di nutrienti, una struttura del terreno favorevole e minori problemi fitosanitari.

«Le rese migliori, anche superiori alle 4-5 t/ha, sono state osservate per lo più in successione a leguminose o orticole, come il pomodoro da industria», osserva De Santis. Al contrario, le successioni con cereali, foraggere, coriandolo da seme e i ringrani hanno espresso generalmente un potenziale inferiore, con produzioni medie intorno alle 3 t/ha.

Il risultato conferma il valore dell’avvicendamento, anche quando il beneficio economico non è immediato. Una coltura miglioratrice o una rotazione più articolata può lasciare al frumento una maggiore fertilità residua, interrompere i cicli delle infestanti e dei patogeni e migliorare l’utilizzazione dell’acqua. Sono vantaggi che diventano particolarmente evidenti nelle annate in cui le piogge consentono alla coltura di esprimere realmente il proprio potenziale.

Le piogge premiano chi ha concimato

La cautela maturata dopo le siccità del 2024 e del 2025 ha spinto molte aziende a limitare gli investimenti. Il basso prezzo del grano e il rincaro di gasolio e fertilizzanti hanno portato a ridurre sia la concimazione fosfatica di partenza sia gli apporti azotati. In primavera, con un nuovo aumento del costo dei concimi, alcuni interventi di copertura sono stati ridimensionati o eliminati.

«Le abbondanti piogge primaverili hanno, in qualche modo, premiato agronomicamente le scelte più coraggiose», sottolinea De Santis. Dove l’azoto era disponibile, l’acqua ha favorito l’assorbimento e la costruzione della resa. Dove gli apporti erano insufficienti, la maggiore produzione di granella non è stata accompagnata da una disponibilità nutrizionale proporzionata.

La conseguenza più evidente riguarda le proteine. Il contenuto medio è risultato generalmente soddisfacente per il duro meridionale ma più basso nelle situazioni caratterizzate da rese elevate e input azotati contenuti. «Le buone rese, in relazione ai medio-bassi input azotati, hanno comportato in molti casi una diluizione dell’azoto della granella», precisa il ricercatore. Restano invece nel complesso positivi gli altri parametri merceologici.

Difesa, varietà e gestione conservativa

Anche la difesa ha distinto i risultati migliori da quelli più deboli. Il controllo delle infestanti e delle malattie crittogamiche, con particolare attenzione alla ruggine, ha protetto la superficie fogliare e la capacità fotosintetica nelle fasi decisive del ciclo.

Sul fronte della tecnica, De Santis richiama inoltre il ruolo dell’agricoltura conservativa, purché applicata correttamente. La riduzione delle lavorazioni può contenere i costi e contribuire, nel tempo, a valorizzare acqua e fertilità del suolo. Non si tratta, però, di una scorciatoia: richiede continuità, conoscenza del terreno e controllo preciso delle diverse specie di infestanti.

Anche la varietà deve essere scelta evitando conclusioni ricavate da una sola campagna. Precocità, stabilità produttiva e qualità dipendono dall’interazione con epoca di semina, concimazione e microclima. Il raccolto 2026 non fa emergere, quindi, una varietà vincente in assoluto ma ribadisce la necessità di osservazioni pluriennali e decisioni calibrate sul singolo areale. In Capitanata, l’acqua ha finalmente sostenuto il duro; a trasformarla in resa e qualità è stata, ancora una volta, la gestione agronomica.

Autore: Azzurra Giorgio

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