mosca grigia dei cereali
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LA MOSCA GRIGIA DEI CEREALI

Bonivento illustra le strategie per contrastare questo insetto

Era una di quelle mattine di fine febbraio in cui la Pianura Padana sembra trattenere il respiro. La nebbia si alzava pigra dai fossi, svelando lentamente le distese di terra scura e i primi accenni di verde smeraldo: il grano stava nascendo.

Giuseppe, agricoltore da tre generazioni, camminava lungo i bordi del suo appezzamento “al Prato”, quello più vicino al fiume. Si fermò, accigliato. Qualcosa non andava. Il tappeto verde, che da lontano sembrava uniforme, visto da vicino rivelava delle inquietanti macchie di vuoto, come se qualcuno avesse strappato via la vita a manciate.

Si chinò, le ginocchia che affondavano nella terra umida e fredda. Non c’erano segni di calpestio, né tracce di cinghiali. Prese tra le dita una piantina di grano che sembrava soffrire: le foglie esterne erano ancora verdi, ma quella centrale, la più giovane, era gialla, avvizzita, quasi trasparente. Tirò appena. La fogliolina centrale gli rimase in mano senza opporre resistenza, marcia alla base.

«Il cuore morto» mormorò Giuseppe, riconoscendo un vecchio nemico che suo padre gli aveva insegnato a temere. Non era il gelo, e non era la siccità. Era la Mosca Grigia.

La storia di quel danno era iniziata mesi prima, in un momento in cui nessuno pensava al grano. Era l’estate precedente. Mentre Giuseppe trebbiava o lasciava riposare quel pezzo di terra a maggese, piccole mosche grigie, invisibili agli occhi di chi non sa guardare, volavano rasoterra. La Phorbia coarctata non aveva bisogno della pianta per agire; le bastava la terra nuda. Lì, nel suolo secco e polveroso di luglio e agosto, le femmine avevano deposto le loro uova, lasciandole come mine inesplose.

Quelle uova avevano dormito per tutto l’autunno. Avevano resistito alle piogge di novembre e alle prime gelate di dicembre. Poi, quando Giuseppe aveva seminato il grano e i primi germogli avevano iniziato a spingere verso la luce, le uova si erano schiuse.

Sottoterra, nel buio, si era consumato il dramma. Piccole larve bianche, cieche e affamate, si erano risvegliate. Non cercavano il sole, cercavano la linfa. Una di queste aveva intercettato la giovane radice della piantina che Giuseppe ora teneva in mano. Era penetrata nel colletto, proprio sotto la superficie, e aveva iniziato a scavare una galleria verso l’alto, mangiando la pianta dall’interno. Aveva tagliato le vie di nutrimento della foglia centrale, uccidendo il futuro della spiga ancor prima che potesse nascere. E non contenta, quella stessa larva, sazia di una pianta, si era probabilmente già spostata a quella vicina, pronta a ricominciare.

Giuseppe si rialzò, pulendosi le mani sui pantaloni. Sapeva che ora, in quel momento, poteva fare ben poco. Non poteva spruzzare insetticidi a caso: la larva era ben protetta dentro il fusto, al sicuro come in un bunker. Spruzzare ora sarebbe stato solo uno spreco di soldi e un danno inutile per l’ambiente.

La battaglia, capì Giuseppe, l’aveva persa l’estate scorsa, ma poteva vincere la guerra per l’anno prossimo. La sua mente corse subito alle strategie di difesa per la stagione futura.

«Niente più terra nuda d’estate vicino alle semine precoci» pensò. La rotazione era la chiave. Se l’anno prossimo avesse messo soia o girasole, colture che coprono il terreno quando la mosca vuole deporre le uova, avrebbe interrotto il ciclo. Oppure, avrebbe dovuto giocare d’anticipo con la concia del seme.

Immaginò i semi dell’anno venturo ricoperti da quella patina protettiva, un’armatura invisibile. Se avesse usato sementi conciate, la larva, al primo morso, avrebbe trovato una brutta sorpresa e sarebbe morta prima di creare il “cuore morto”.

Giuseppe guardò ancora il suo campo ferito. Il grano, forte e tenace, avrebbe provato a reagire emettendo nuovi germogli laterali per compensare quelli persi, ma la lezione era stata servita. In agricoltura, ciò che vedi oggi è spesso il risultato di ciò che (non) hai fatto sei mesi prima. La Mosca Grigia gli aveva ricordato che la terra non dimentica mai, e che la vera difesa non si fa con la cura, ma con la previsione.

Risalì sul trattore, annotando mentalmente sul suo taccuino immaginario: “Appezzamento al Prato: rischio Phorbia. Prossimo anno: rotazione stretta o seme conciato. Non ci caschiamo più.”

Autore: Paolo Bonivento (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)

Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.

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