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	<title>frumento duro - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
	<lastBuildDate>Fri, 31 Jul 2026 08:03:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>frumento duro - Grano Italiano</title>
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		<title>IL BUON GRANO È DIVENTATO UN LUSSO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/il-buon-grano-e-diventato-un-lusso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 22:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[Capitanata]]></category>
		<category><![CDATA[costi]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[raccolto]]></category>
		<category><![CDATA[rese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prezzi bassi e costi elevati frenano gli investimenti nel grano duro pugliese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il raccolto 2026 della Capitanata lascia una sensazione amara. Dopo la siccità delle campagne precedenti, le piogge primaverili hanno creato condizioni favorevoli e consentito produzioni anche superiori a 4-5 t/ha. Proprio questa annata, però, ha mostrato con maggiore nettezza il limite attuale della cerealicoltura pugliese: molte aziende hanno ridotto concimazioni e altri interventi non perché fossero tecnicamente inutili ma perché non potevano più permetterseli.</p>
<p>«L’attuale scenario di mercato rende una buona gestione agronomica un “lusso” non sempre possibile», afferma Michele De Santis, ricercatore del Dipartimento DAFNE dell’Università di Foggia. È una affermazione che riassume la distanza crescente tra ciò che servirebbe fare in campo e ciò che i bilanci aziendali consentono.</p>
<h2><strong>Il compromesso entra in campo</strong></h2>
<p>La scelta di limitare fosforo, azoto o difesa non nasce necessariamente da scarsa consapevolezza agronomica. È spesso una risposta difensiva a quotazioni basse, costi variabili e rischio climatico. Dopo due annate asciutte, molti cerealicoltori hanno preferito non anticipare risorse che avrebbero potuto non recuperare alla trebbiatura. Nel 2026, però, le piogge sono arrivate e hanno premiato soprattutto chi aveva sostenuto la coltura.</p>
<p>«L’agricoltore è costretto a fare delle scelte generali di compromesso, cercando almeno di rientrare nei costi», osserva De Santis. Il problema è che il compromesso ripetuto può diventare un modello produttivo al ribasso: meno fertilità, minore controllo delle avversità, qualità più incerta e scarsa capacità di raggiungere le classi merceologiche meglio remunerate.</p>
<p>Negli areali meridionali con una produttività strutturale intorno a 3-3,5 t/ha, i margini sono particolarmente fragili. Anche una tecnica corretta può non essere sufficiente quando il valore della produzione non copre adeguatamente terra, mezzi tecnici, lavorazioni e rischio. «Questa prospettiva non sembra sostenibile nel medio periodo e potrebbe rivelarsi deleteria per la filiera nel tempo», avverte il ricercatore.</p>
<h2><strong>Tecnica e impresa non possono separarsi</strong></h2>
<p>La risposta non può essere trovata solo nella tecnica agronomica. Per applicare una gestione selettiva servono competenze tecniche ma anche capacità imprenditoriale: conoscere i costi per appezzamento, distinguere dove conviene investire, scegliere varietà e destinazioni commerciali coerenti, programmare gli acquisti, valutare contratti, stoccaggio e rischio.</p>
<p>Il mercato del grano duro è globale, specializzato e sempre più rapido. Affrontarlo con decisioni basate soltanto sull’abitudine o sulla riduzione indistinta degli input significa utilizzare un modello costruito per un’epoca che non esiste più. Le aziende che riescono a vivere bene di cerealicoltura sono spesso quelle capaci di integrare tecnica, organizzazione e mercato, non necessariamente quelle che spendono di più.</p>
<p>Questo passaggio non può, però, essere scaricato interamente sul produttore. Formazione, assistenza tecnica, accesso ai dati e aggregazione dell’offerta sono condizioni indispensabili perché le competenze diventino scelte applicabili. Senza una struttura aziendale e finanziaria adeguata, anche l’indicazione agronomicamente corretta resta sulla carta.</p>
<h2><strong>I contratti non cancellano il rischio</strong></h2>
<p>In molti territori della Capitanata, inoltre, le alternative colturali sono limitate. «Non si intravedono nell’immediato colture che permettano una reale alternativa agronomica economicamente valida», spiega De Santis. Gli avvicendamenti possono migliorare il sistema nel lungo periodo, ma anche risultare poco convenienti nell’anno in cui vengono introdotti.</p>
<p>La differenziazione del listino CUN prova a riconoscere un valore crescente alle classi qualitative superiori. I premi, nella forma di differenziale tra il grano duro convenzionale e il fino alto proteico devono essere confrontato con i maggiori costi sostenuti e con la possibilità che clima e suolo impediscano, comunque, di raggiungere il target.</p>
<p>Anche i contratti di filiera sono utili, ma non risolvono da soli lo squilibrio. «La promozione dei contratti di filiera è sicuramente una via da percorrere, ma non rappresenta la soluzione dei problemi», precisa De Santis. Quando gli standard sono elevati e il rischio biologico resta quasi tutto sul produttore, la filiera trasferisce a monte l’incertezza senza condividerne davvero il costo, conclude il ricercatore.</p>
<p>La Capitanata non ha bisogno di meno grano ma di imprese cerealicole più solide e di relazioni di filiera più mature. «Una buona ed equilibrata gestione agronomica ed economica resta la base di partenza», conclude De Santis. Perché sia possibile, però, il mercato deve tornare a remunerare non soltanto la granella ma anche le competenze e il rischio necessari per produrla.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>LA PUGLIA TORNA A PRODURRE, MA I CONTI?</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-puglia-torna-a-produrre-ma-i-conti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 22:10:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[Capitanata]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi]]></category>
		<category><![CDATA[proteine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piogge primaverili e gestione agronomica hanno sostenuto le rese del grano duro in Capitanata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo due campagne segnate dalla siccità, il raccolto 2026 ha riportato il grano duro pugliese su livelli produttivi più soddisfacenti rispetto al recente passato, ma comunque in linea con le produzioni medie dell’areale. Non è, però, una ripresa uniforme. In Capitanata, la maggiore disponibilità idrica ha reso ancora più visibili le differenze tra terreni, successioni colturali e strategie aziendali: dove la coltura è stata accompagnata con una gestione adeguata, le rese hanno raggiunto valori interessanti; dove gli input sono stati ridotti o il frumento è tornato troppo frequentemente sullo stesso terreno, il risultato è rimasto più modesto.</p>
<p>«Il 2026 ha visto una migliore distribuzione delle piogge, soprattutto nel periodo primaverile, che ha permesso il registrarsi anche di punte interessanti, in relazione alla potenzialità produttiva dell’areale», spiega Michele De Santis, ricercatore del Dipartimento DAFNE dell’Università di Foggia.</p>
<h2><strong>Rotazioni e fertilità fanno la differenza</strong></h2>
<p>La pioggia, da sola, non basta a spiegare il raccolto. All’interno della Capitanata l’andamento termopluviometrico si è combinato con la fertilità dei suoli e con la storia agronomica degli appezzamenti. Le produzioni più elevate sono arrivate soprattutto dove il frumento ha trovato una buona dotazione di nutrienti, una struttura del terreno favorevole e minori problemi fitosanitari.</p>
<p>«Le rese migliori, anche superiori alle 4-5 t/ha, sono state osservate per lo più in successione a leguminose o orticole, come il pomodoro da industria», osserva De Santis. Al contrario, le successioni con cereali, foraggere, coriandolo da seme e i ringrani hanno espresso generalmente un potenziale inferiore, con produzioni medie intorno alle 3 t/ha.</p>
<p>Il risultato conferma il valore dell’avvicendamento, anche quando il beneficio economico non è immediato. Una coltura miglioratrice o una rotazione più articolata può lasciare al frumento una maggiore fertilità residua, interrompere i cicli delle infestanti e dei patogeni e migliorare l’utilizzazione dell’acqua. Sono vantaggi che diventano particolarmente evidenti nelle annate in cui le piogge consentono alla coltura di esprimere realmente il proprio potenziale.</p>
<h2><strong>Le piogge premiano chi ha concimato</strong></h2>
<p>La cautela maturata dopo le siccità del 2024 e del 2025 ha spinto molte aziende a limitare gli investimenti. Il basso prezzo del grano e il rincaro di gasolio e fertilizzanti hanno portato a ridurre sia la concimazione fosfatica di partenza sia gli apporti azotati. In primavera, con un nuovo aumento del costo dei concimi, alcuni interventi di copertura sono stati ridimensionati o eliminati.</p>
<p>«Le abbondanti piogge primaverili hanno, in qualche modo, premiato agronomicamente le scelte più coraggiose», sottolinea De Santis. Dove l’azoto era disponibile, l’acqua ha favorito l’assorbimento e la costruzione della resa. Dove gli apporti erano insufficienti, la maggiore produzione di granella non è stata accompagnata da una disponibilità nutrizionale proporzionata.</p>
<p>La conseguenza più evidente riguarda le proteine. Il contenuto medio è risultato generalmente soddisfacente per il duro meridionale ma più basso nelle situazioni caratterizzate da rese elevate e input azotati contenuti. «Le buone rese, in relazione ai medio-bassi input azotati, hanno comportato in molti casi una diluizione dell’azoto della granella», precisa il ricercatore. Restano invece nel complesso positivi gli altri parametri merceologici.</p>
<h2><strong>Difesa, varietà e gestione conservativa</strong></h2>
<p>Anche la difesa ha distinto i risultati migliori da quelli più deboli. Il controllo delle infestanti e delle malattie crittogamiche, con particolare attenzione alla ruggine, ha protetto la superficie fogliare e la capacità fotosintetica nelle fasi decisive del ciclo.</p>
<p>Sul fronte della tecnica, De Santis richiama inoltre il ruolo dell’agricoltura conservativa, purché applicata correttamente. La riduzione delle lavorazioni può contenere i costi e contribuire, nel tempo, a valorizzare acqua e fertilità del suolo. Non si tratta, però, di una scorciatoia: richiede continuità, conoscenza del terreno e controllo preciso delle diverse specie di infestanti.</p>
<p>Anche la varietà deve essere scelta evitando conclusioni ricavate da una sola campagna. Precocità, stabilità produttiva e qualità dipendono dall’interazione con epoca di semina, concimazione e microclima. Il raccolto 2026 non fa emergere, quindi, una varietà vincente in assoluto ma ribadisce la necessità di osservazioni pluriennali e decisioni calibrate sul singolo areale. In Capitanata, l’acqua ha finalmente sostenuto il duro; a trasformarla in resa e qualità è stata, ancora una volta, la gestione agronomica.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>FILIERA, NUOVE REGOLE UE SUI CONTRATTI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/filiera-nuove-regole-ue-sui-contratti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 22:10:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[filiera]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Regolamento Ue 2026/1739 rafforza contratti scritti, organizzazioni di produttori e trasparenza nella filiera agroalimentare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Regolamento (UE) 2026/1739, pubblicato il 29 luglio nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, interviene sull’Organizzazione comune dei mercati e su due regolamenti della Pac. L’obiettivo è riequilibrare i rapporti tra produzione agricola, trasformazione e distribuzione, rafforzando la capacità negoziale degli agricoltori.</strong> Il provvedimento non introduce prezzi minimi né garantisce automaticamente il reddito: mette invece a disposizione nuovi strumenti contrattuali, organizzativi e finanziari. (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32026R1739" target="_blank" rel="noopener">Leggi la norma</a>)</p>
<h2>Contratti prima della consegna</h2>
<p><strong>La principale novità è l’estensione del contratto scritto alle consegne di prodotti agricoli effettuate dagli agricoltori, dalle loro associazioni e dalle organizzazioni di produttori.</strong> Il documento, anche in formato elettronico, dovrà essere predisposto prima della consegna e indicare almeno prezzo, quantità e qualità, calendario, durata, modalità di pagamento e condizioni applicabili in caso di forza maggiore.</p>
<p>Il prezzo potrà essere fisso oppure determinato attraverso formule basate su indicatori oggettivi, accessibili e comprensibili. Tali parametri dovranno riflettere l’andamento del mercato e le variazioni degli elementi rilevanti dei costi di produzione che incidono sulla remunerazione agricola. Nei contratti superiori a dodici mesi – sei mesi per il settore lattiero-caseario – dovrà inoltre essere prevista una clausola di revisione attivabile dal produttore.</p>
<p>L’obbligo non sarà tuttavia assoluto. Gli Stati membri potranno prevedere deroghe, ad esempio per acquisti effettuati da micro e piccole imprese, operazioni sotto una soglia nazionale comunque non superiore a 10 mila euro, consegna e pagamento contestuali, prodotti stagionali o deperibili e pratiche commerciali tradizionali. Restano escluse, a determinate condizioni, le consegne dei soci alla propria cooperativa o organizzazione di produttori. Per le controversie dovranno essere disponibili meccanismi volontari e imparziali di mediazione.</p>
<h2>Più spazio alla cooperazione</h2>
<p><strong>Il regolamento semplifica il riconoscimento delle organizzazioni di produttori e amplia le possibilità di negoziazione collettiva.</strong> Le associazioni di Op riconosciute potranno trattare le condizioni contrattuali per i propri aderenti entro il limite del 36% della produzione nazionale del prodotto interessato.</p>
<p><strong>Sono previsti anche incentivi mirati.</strong> L’aiuto finanziario dell’Unione potrà essere aumentato di 20 punti percentuali per alcune spese di investimento sostenute nelle aziende di giovani o nuovi agricoltori che entrano per la prima volta in una Op riconosciuta. In presenza di calamità, eventi climatici avversi, fitopatie o infestazioni, il sostegno ai programmi operativi potrà salire dal 50 al 70%, quando le perdite raggiungono almeno il 30% della produzione media calcolata secondo le regole europee.</p>
<h2>Etichette e applicazione graduale</h2>
<p><strong>Le diciture “equo”, “giusto” o equivalenti saranno riservate a sistemi commerciali che assicurano stabilità, trasparenza e una remunerazione considerata adeguata dagli agricoltori partecipanti. Anche l’espressione “filiera corta” viene definita sulla base del collegamento diretto o della prossimità tra produttori e consumatori.</strong></p>
<p>Una parte distinta del provvedimento tutela, inoltre, alcune denominazioni della carne dall’impiego per prodotti non di origine animale. Il regolamento entrerà in vigore venti giorni dopo la pubblicazione; le disposizioni sui contratti e sulle diciture commerciali si applicheranno dopo due anni, quelle sulle denominazioni della carne dopo tre.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>«MA LE PROTEINE VANNO PAGATE»</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/ma-le-proteine-vanno-pagate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Contini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 22:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[CUN]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[mercati]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'agricoltore foggiano Mauro De Santo analizza le criticità della filiera del frumento duro in Puglia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Santo sottolinea che l&#8217;industria richiede grano ad alto contenuto proteico, ma non sempre riconosce un valore adeguato.</p>
<h2>Il paradosso del grano proteico</h2>
<p>La Puglia continua a rappresentare uno dei principali bacini produttivi di frumento duro in Italia. Qui si concentra una parte importante della materia prima destinata all&#8217;industria molitoria e alla produzione di pasta. Negli ultimi anni, però, molti cerealicoltori denunciano uno squilibrio crescente tra le caratteristiche qualitative richieste dal mercato e il riconoscimento economico ricevuto.<br />
Tra loro c&#8217;è Mauro Di Santo, agricoltore di Ascoli Satriano, in provincia di Foggia, socio fondatore di GranoSalus e profondo conoscitore delle dinamiche della filiera cerealicola.<br />
Secondo Di Santo, il punto critico riguarda soprattutto il contenuto proteico del grano duro. «All&#8217;agricoltura convenzionale viene richiesto un frumento con almeno il 15% di proteine, mentre il grano biologico, che spesso presenta valori decisamente inferiori, viene pagato in modo analogo. È un paradosso che penalizza chi investe per raggiungere standard qualitativi molto elevati».</p>
<h2>L&#8217;azienda agricola sui Monti Dauni</h2>
<p>L&#8217;azienda di Mauro Di Santo si estende per circa 100 ettari ad Ascoli Satriano, a 360 metri di altitudine sui Monti Dauni. Si tratta di un&#8217;area caratterizzata da terreni collinari, ricchi di scheletro e con limitata capacità produttiva, condizioni che influenzano inevitabilmente le rese. Ben diverso il comportamento dell&#8217;orzo, che ha raggiunto produzioni fino a 70 quintali per ettaro, confermando come questa coltura riesca ad adattarsi meglio agli ambienti più difficili della collina foggiana.</p>
<h2>Il clima ha limitato rese e qualità</h2>
<p>L&#8217;andamento meteorologico dell&#8217;ultima campagna ha inciso in modo determinante sia sulla produzione sia sulla qualità del raccolto.<br />
L&#8217;assenza di precipitazioni nel mese di maggio ha limitato il riempimento della granella e, soprattutto, ha reso difficile raggiungere quei livelli proteici richiesti dai disciplinari dei contratti di filiera.<br />
«Quest&#8217;anno pochi produttori sono riusciti a raggiungere il livello proteico richiesto dai pastifici. Le condizioni climatiche hanno impedito di ottenere contemporaneamente quantità e qualità», osserva Di Santo.<br />
Il tema non riguarda soltanto il valore commerciale del raccolto, ma anche la sostenibilità tecnica della coltivazione. Incrementare il contenuto proteico richiede infatti una gestione agronomica molto accurata e investimenti aggiuntivi, soprattutto nella nutrizione azotata. Se tali sforzi non vengono remunerati dal mercato, l&#8217;equilibrio economico dell&#8217;azienda agricola diventa sempre più fragile.</p>
<h2>Contratti di filiera: quando conta solo la proteina</h2>
<p>Secondo Di Santo, i contratti proposti dall&#8217;industria pastaia presentano una criticità di fondo: attribuiscono quasi esclusivamente al contenuto proteico il valore qualitativo del grano.<br />
«Nei contratti il parametro che fa realmente la differenza è la percentuale di proteine. Tutto il resto passa in secondo piano».<br />
Una visione che, secondo il cerealicoltore pugliese, non valorizza adeguatamente altri aspetti della qualità della granella e scarica sull&#8217;agricoltore gran parte del rischio produttivo.<br />
L&#8217;elevato contenuto proteico è certamente importante per alcune lavorazioni industriali e consente una più rapida essiccazione della pasta. Tuttavia, quando gli eventi climatici compromettono naturalmente questo parametro, il produttore rischia di non ottenere i premi previsti, pur avendo sostenuto costi elevati.</p>
<h2>La proposta: una filiera pubblica regionale</h2>
<p>Per superare queste criticità, Di Santo propone un modello diverso di organizzazione della filiera.<br />
«Ho suggerito all&#8217;assessore regionale all&#8217;Agricoltura la creazione di una filiera pubblica nella quale siano certificati i costi di produzione dell&#8217;agricoltore e quelli dell&#8217;industria. Successivamente dovrebbe essere verificato il margine applicato fino alla vendita nella grande distribuzione».<br />
L&#8217;obiettivo sarebbe quello di costruire contratti più trasparenti e maggiormente equilibrati.<br />
Secondo Di Santo, una cabina di regia regionale potrebbe inoltre condizionare l&#8217;accesso agli incentivi pubblici destinati all&#8217;industria agroalimentare alla sottoscrizione di accordi realmente equi con i produttori agricoli.<br />
«Se un pastificio beneficia di incentivi pubblici, dovrebbe anche assumersi l&#8217;impegno di sottoscrivere contratti di filiera che garantiscano una distribuzione più equilibrata del valore».<br />
Una proposta che punta ad aumentare la trasparenza economica lungo tutta la catena di trasformazione, tema sempre più centrale anche nel dibattito europeo sulla sostenibilità delle filiere agroalimentari.</p>
<h2>Pane e prodotti da forno: un&#8217;opportunità da sviluppare</h2>
<p>Di Santo guarda con interesse anche a filiere alternative rispetto a quella tradizionale della pasta.<br />
«Se avessi la possibilità di entrare in una filiera dedicata al pane o ai prodotti da forno, sceglierei quella strada. Sono prodotti che hanno una valorizzazione economica diversa e vengono commercializzati quotidianamente».<br />
L&#8217;osservazione richiama un tema spesso discusso nel settore cerealicolo: diversificare gli sbocchi commerciali del frumento duro potrebbe ridurre la dipendenza dei produttori da un unico comparto industriale, aumentando le possibilità di valorizzazione delle produzioni di qualità.</p>
<h2>Perché Di Santo non firma i contratti con i pastifici</h2>
<p>Nonostante abbia avuto l&#8217;opportunità di aderire ai contratti di filiera proposti dall&#8217;industria pastaia, Di Santo ha deciso di non sottoscriverli.<br />
«Non vedo il senso di firmare un contratto che premia soltanto il contenuto proteico quando, nella pratica industriale, il grano viene comunque trasformato anche con valori molto più bassi».<br />
Una posizione che riflette il malcontento di una parte dei cerealicoltori pugliesi, convinti che il potere contrattuale sia oggi fortemente sbilanciato a favore dell&#8217;industria di trasformazione.</p>
<h2>Cun e costi di produzione: le perplessità dei produttori</h2>
<p>Tra gli aspetti maggiormente criticati da Di Santo figura anche il funzionamento della Commissione Unica Nazionale (Cun) del grano duro.<br />
Secondo l&#8217;agricoltore foggiano, l&#8217;attuale composizione della Commissione non garantirebbe un&#8217;effettiva rappresentanza degli interessi della parte agricola.<br />
«La Cun è nata già con un&#8217;impostazione che favorisce maggiormente la componente industriale».</p>
<p>La critica riguarda soprattutto l&#8217;andamento delle quotazioni formulate nel corso del 2026.<br />
«Da mesi il prezzo indicato dalla CUN risulta inferiore ai costi medi di produzione elaborati da Ismea. Una situazione che, a mio avviso, contrasta con lo spirito della normativa sulle pratiche commerciali sleali, che vieta la vendita sotto costo».<br />
Il riferimento è alla disciplina introdotta in Italia nel recepimento della direttiva europea 2019/633 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare, nata proprio per rafforzare la tutela della parte economicamente più debole.</p>
<h2>Il caso Ismea e la sentenza del Tar</h2>
<p>Le preoccupazioni di Di Santo si estendono anche alle recenti vicende che hanno interessato il monitoraggio dei costi medi di produzione del frumento.<br />
Secondo quanto ricorda l&#8217;agricoltore, una recente sentenza del Tar del Lazio ha annullato il provvedimento con cui Ismea aveva disposto il monitoraggio dei costi medi di produzione del raccolto 2025, accogliendo il ricorso presentato da numerose imprese del comparto molitorio.<br />
Per Di Santo la conseguenza è evidente.<br />
«I cerealicoltori perdono uno dei principali strumenti di trasparenza sui costi di produzione e anche i consumatori dispongono di meno informazioni sul valore reale del grano lungo la filiera».<br />
La questione resta particolarmente delicata perché la disponibilità di dati ufficiali rappresenta uno degli elementi fondamentali per costruire contratti equilibrati e favorire una formazione trasparente dei prezzi.</p>
<h2>Serve una filiera che distribuisca il valore</h2>
<p>L&#8217;esperienza raccontata da Mauro Di Santo fotografa alcune delle principali criticità che oggi interessano la cerealicoltura italiana. La crescente richiesta di grani ad alto contenuto proteico, l&#8217;incertezza climatica, i costi di produzione sempre più elevati e il difficile equilibrio nei rapporti contrattuali con l&#8217;industria rappresentano sfide concrete per molte aziende agricole.<br />
Il confronto tra produzione primaria, trasformazione e istituzioni rimane quindi un passaggio fondamentale per costruire filiere capaci di distribuire il valore in modo più equilibrato. Solo attraverso regole trasparenti, dati condivisi e contratti realmente sostenibili sarà possibile garantire redditività ai cerealicoltori e continuità produttiva a uno dei comparti strategici dell&#8217;agroalimentare italiano.</p>
<p><em>Autore: Alessandro Contini</em></p>
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		<title>SEMINATIVI, LA PAC DIVENTA LOCALE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/seminativi-la-pac-diventa-locale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 22:10:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[condizionalità]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[nuova PAC]]></category>
		<category><![CDATA[premio accoppiato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La PAC 2028-2034 punta su misure ambientali territoriali e piani di transizione. Opportunità e rischi per le aziende cerealicole illustrate da Ermanno Comegna.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli anticipi della PAC 2026, in partenza a fine luglio, offriranno liquidità immediata alle aziende ma il dibattito sulla programmazione successiva guarda molto più avanti. La <strong>PAC 2028-2034</strong> dovrebbe affidare agli Stati e alle Regioni una responsabilità maggiore nel disegnare gli interventi, soprattutto quelli ambientali.</p>
<p>Per i seminativi il cambiamento può essere rilevante. Gli attuali Ecoschemi nazionali potrebbero lasciare spazio a misure più flessibili, costruite sulle esigenze dei diversi territori. Questo significa che la cerealicoltura asciutta del Mezzogiorno, il mais irriguo della Pianura Padana e i cereali coltivati nelle aree collinari non dovrebbero necessariamente essere sottoposti agli stessi impegni.</p>
<p>Vediamo come e perché con l’aiuto di Ermanno Comegna, economista agrario, intervistato da Grano italiano.</p>
<h2><strong>Dall’Ecoschema alle azioni ambientali</strong></h2>
<p>La proposta europea riunisce gli interventi ambientali nelle <strong>azioni agroclimatico-ambientali</strong>, articolate in tre categorie: piani di transizione, impegni annuali e impegni pluriennali.</p>
<p>Gli impegni annuali corrispondono, in sostanza, alla funzione oggi svolta dagli Ecoschemi. Quelli pluriennali richiamano, invece, le tradizionali misure dello Sviluppo rurale, come quelle per l’agricoltura biologica, la produzione integrata, l’agricoltura conservativa e il benessere animale.</p>
<p>La vera novità sono i <strong>piani di transizione</strong>, pensati per accompagnare trasformazioni aziendali che richiedono più anni. Il passaggio dal convenzionale al biologico è l’esempio indicato direttamente dalla Commissione. Altri percorsi potranno e dovranno essere individuati dagli Stati Membri.</p>
<p>«Un piano di transizione è un intervento pluriennale che accompagna una trasformazione dell’approccio aziendale», spiega Ermanno Comegna. Per i seminativi, ad esempio, si potrebbe ragionare su percorsi verso l’agricoltura conservativa o verso sistemi a minore consumo idrico. Tutte queste, però, sono ipotesi ancora da costruire, non misure già definite.</p>
<h2><strong>Dal grano duro al mais, misure mirate</strong></h2>
<p>La nuova architettura offre la possibilità di superare l’approccio uniforme che ha caratterizzato molti interventi dell’attuale PAC. Gli Ecoschemi sono stati impostati a livello nazionale e applicati con regole sostanzialmente identiche in areali molto differenti, aspetto che ha fatto emergere difficoltà diffuse soprattutto nei seminativi.</p>
<p>Nella prossima programmazione, invece, gli impegni annuali e pluriennali potrebbero essere calibrati in funzione dei sistemi produttivi. Un piano per il <strong>grano duro nelle regioni meridionali</strong>, ad esempio, potrebbe avere obiettivi e strumenti diversi da uno rivolto al mais della Pianura Padana. Allo stesso modo, rotazioni, copertura del suolo, riduzione delle lavorazioni o risparmio idrico potrebbero essere adattati alla disponibilità d’acqua, ai suoli, alle colture e alla sostenibilità economica locale.</p>
<p>«I piani di transizione devono rispecchiare le esigenze dei sistemi agricoli territoriali», sottolinea Comegna. «Le proposte che nascono dal basso e arrivano ai tavoli regionali e nazionali possono rappresentare un valore aggiunto rispetto a interventi concepiti interamente a livello centrale».</p>
<h2><strong>Cresce il ruolo delle Regioni</strong></h2>
<p>Questo approccio aumenta però la complessità amministrativa. L’Italia presenta una grande varietà di ambienti, ordinamenti produttivi e condizioni economiche. Costruire misure territoriali richiederà dati affidabili, competenze tecniche e un confronto effettivo con agricoltori, consulenti e filiere.</p>
<p>Riproporre in tutta Italia le regole già conosciute rappresenterebbe una scorciatoia: rotazione, diversificazione, fasce tampone e altri obblighi uniformi. Sarebbe più semplice da amministrare ma rischierebbe di non utilizzare davvero la flessibilità offerta dalla riforma.</p>
<p>«Questa PAC esalta il ruolo delle Regioni che potranno leggere in modo mirato i propri sistemi agricoli e chiedere interventi calibrati sulle situazioni specifiche», afferma Comegna. Il punto, quindi, non è soltanto ottenere maggiore autonomia ma avere la capacità di usarla senza moltiplicare burocrazia e incertezza. «La vera partita», conclude, «si gioca a livello nazionale».</p>
<h2><strong>Condizionalità, regole ancora aperte</strong></h2>
<p>Anche la Condizionalità dovrebbe cambiare veste, diventando un sistema di <strong>gestione responsabile dell’azienda agricola</strong>. Le attuali BCAA (Buone Condizioni Agronomiche e Ambientali) verrebbero ricondotte a pratiche di protezione orientate alla conservazione delle risorse naturali, alla biodiversità e all’adattamento climatico. L’Unione fisserebbe gli obiettivi generali, lasciando agli Stati il compito di definire le modalità operative.</p>
<p>Resta aperto il confronto sulla Condizionalità sociale. Nel Consiglio è emersa la proposta di eliminarla dalla PAC, per evitare una duplicazione rispetto alle norme sociali e del lavoro già vigenti. Il Parlamento Europeo potrebbe però mantenere una posizione differente: il punto sarà deciso solamente nel negoziato finale.</p>
<p>Per i cerealicoltori la questione centrale sarà la praticabilità degli obblighi. Una regola sulla rotazione o sulla copertura del terreno può avere effetti molto diversi in un’azienda irrigua, in un seminativo asciutto o in un’area soggetta a vincoli naturali.</p>
<h2><strong>La PAC resta una base, non una strategia</strong></h2>
<p>Come ci dice Ermanno Comegna, una migliore integrazione tra pagamento di base, aiuti accoppiati, azioni ambientali, investimenti e sostegni territoriali potrebbe garantire alle aziende cerealicole uno <strong>base solida di reddito pubblico</strong>. Non, sarà, però sufficiente a compensare da solo prezzi bassi, costi elevati o inefficienze aziendali.</p>
<p>«Un imprenditore agricolo di seminativi che conta soltanto sulla PAC è, purtroppo, sulla cattiva strada», avverte Comegna. «La PAC rappresenta uno zoccolo duro sul quale costruire le strategie aziendali».</p>
<p>Il resto dovrà arrivare dalle scelte imprenditoriali: innovazione, organizzazione, accordi di filiera, gestione dei costi e capacità di valorizzare le produzioni. La nuova PAC potrà accompagnare questi percorsi, soprattutto se saprà riconoscere le differenze territoriali. Ma non potrà sostituirsi al mercato né alle decisioni dell’impresa.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>BIODIVERSITA’ FA FILIERA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/biodiversita-fa-filiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 22:10:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[chia]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[grani pigmentati]]></category>
		<category><![CDATA[mais]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ruolo delle filiere dedicate alla valorizzazione di cereali pigmentati e colture alternative</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La biodiversità agricola non si valorizza soltanto coltivandola. Per diventare una reale opportunità per le aziende deve trovare una filiera, cioè un percorso riconoscibile che colleghi campo, trasformazione e mercato. È uno dei temi emersi dalla giornata dimostrativa organizzata da ERSAF nell’ambito di AKIS, il 26 giugno, presso l’azienda agricola Auris di Dairago (in foto).</p>
<p>La giornata, nata per favorire il confronto tra agricoltori, consulenti, tecnici e pubblica amministrazione, ha permesso di ragionare su un punto molto concreto: le colture alternative e i cereali pigmentati possono avere senso solo se non restano una curiosità agronomica.</p>
<p>«L’interesse della giornata», spiega Lorenzo Craveri di ERSAF, «era mostrare come la biodiversità possa essere collegata a un progetto di filiera. Non si tratta solo di seminare specie diverse ma di capire come queste produzioni possano essere trasformate, raccontate e remunerate».</p>
<h2><strong>Il caso dei cereali pigmentati</strong></h2>
<p>Nel caso dei cereali pigmentati, il tema è particolarmente evidente. Grano Italiano ne aveva già parlato raccontando il lavoro di Auris sui frumenti colorati, caratterizzati dalla presenza di composti come antociani e carotenoidi. Si tratta di molecole che contribuiscono alla pigmentazione della granella e che sono associate a un profilo nutrizionale di interesse.</p>
<p>Craveri, nella chiacchierata seguita alla giornata, ha sottolineato proprio questo aspetto: «Auris sta puntando molto sulla proposta dei suoi prodotti nell’ambito della categoria dei cosiddetti “super food”, quindi sulle caratteristiche nutrizionali legate al contenuto in tannini e antociani dei cereali pigmentati».</p>
<p>È un passaggio da trattare con equilibrio. Per l’agricoltore, infatti, il valore non sta nello slogan, ma nella possibilità di ottenere una materia prima differenziata, riconoscibile e collocabile in una filiera capace di pagarne la reale specificità. La domanda del consumatore per prodotti più ricchi di identità, colore naturale e contenuti nutrizionali può essere un’opportunità ma solo se sostenuta da tecnica agronomica e trasformazione adeguata.</p>
<h2><strong>Pigmenti e difesa naturale</strong></h2>
<p>La pigmentazione dei cereali non riguarda soltanto l’aspetto visivo. Grano Italiano aveva già raccontato il progetto Granarius, legato al CREA Cerealicoltura e Colture Industriali di Foggia, all’Università di Foggia e al CNR-ISPA. Il progetto riguarda le interazioni tra frumenti pigmentati, ricchi di antociani, e Sitophilus granarius, insetto che danneggia i cereali conservati.</p>
<p>Il punto scientifico è interessante: alcuni composti associati alla pigmentazione possono avere un ruolo nei meccanismi di difesa della pianta e nella diversa suscettibilità dei genotipi agli attacchi in conservazione. Non significa che il colore risolva da solo i problemi di stoccaggio ma conferma che la biodiversità genetica può offrire spunti utili anche per la difesa e il miglioramento genetico.</p>
<p>Per una filiera cerealicola questo collegamento è importante. Se si lavora su cereali pigmentati destinati alla trasformazione integrale, la qualità sanitaria della granella e la gestione della conservazione diventano ancora più decisive.</p>
<h2><strong>Non solo frumenti</strong></h2>
<p>La giornata organizzata da ERSAF ha permesso di allargare lo sguardo anche ad altre colture. Oltre ai cereali pigmentati, Craveri ha richiamato Chia, mais Marano e mais Viola come esempi di sperimentazione e diversificazione.</p>
<p>«L’aspetto interessante», racconta, «è che non si parla solo di frumenti pigmentati. Ci sono altre colture che possono entrare in una strategia aziendale più ampia, dalla Chia ai mais particolari, sempre con l’idea di costruire valore e non solo produzione».</p>
<p>Il mais Marano rimanda al tema delle varietà con forte identità territoriale e gastronomica. Il mais Viola, come i cereali pigmentati, porta con sé il tema del colore naturale e dei composti bioattivi. La Chia apre invece un capitolo diverso: quello delle colture nuove, che possono rispondere a specifiche richieste del mercato ma che devono essere validate in campo, negli areali italiani e dentro sistemi agronomici sostenibili.</p>
<h2><strong>Filiera significa organizzazione</strong></h2>
<p>Il rischio, quando si parla di colture alternative, è confondere la novità con il risultato economico. Una coltura diversa non garantisce automaticamente reddito. Servono volumi coerenti, qualità costante, trasformatori interessati, logistica, pulizia, selezione, conservazione e capacità di comunicare il prodotto senza forzature.</p>
<p>Per questo la giornata AKIS assume un significato più ampio. La presenza di consulenti e tecnici serve proprio a discutere come queste esperienze possano essere lette, adattate e, dove possibile, replicate. Non come copia di un modello aziendale, ma come stimolo per costruire filiere più articolate.</p>
<p>«La filiera è la condizione che permette alla biodiversità di non restare solo sperimentazione», sintetizza Craveri. «Se produzione, trasformazione e mercato non dialogano, il rischio è che l’innovazione resti confinata al campo prova e non ne venga compreso il vero valore aggiunto».</p>
<p><strong>Una prospettiva per i cerealicoltori</strong></p>
<p>Per i cerealicoltori italiani, il messaggio è chiaro: la biodiversità può diventare una leva di valore, ma richiede un cambio di impostazione. Non basta produrre granella. Occorre pensare alla destinazione finale, alla qualità richiesta, alla trasformazione e al racconto tecnico del prodotto.</p>
<p>I cereali pigmentati, la Chia, il mais Marano e il mais Viola non sono soluzioni valide per tutti. Possono però indicare una strada: uscire dalla logica della commodity quando esistono condizioni reali per costruire identità, nutrizione, sostenibilità e filiera.</p>
<p>È qui che l’AKIS può fare la differenza. Non promettendo scorciatoie, ma creando luoghi di confronto in cui agricoltori, consulenti, enti pubblici, trasformatori e ricerca imparano a leggere insieme le opportunità. La biodiversità agricola, da sola, non basta. Ma quando diventa filiera, può iniziare a generare valore.</p>
<p><em>Foto di Lorenzo Craveri, ERSAF</em></p>
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		<title>IL GRANO CHE RIDUCE L&#8217;ACRILLAMIDE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/il-grano-che-riduce-lacrillamide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 22:10:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varietà]]></category>
		<category><![CDATA[acrillamide]]></category>
		<category><![CDATA[asparagina]]></category>
		<category><![CDATA[cancerogena]]></category>
		<category><![CDATA[contaminanti]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una ricerca britannica ha ottenuto frumento CRISPR con meno asparagina libera e, dopo la cottura, livelli ridotti di acrilammide senza penalizzare le rese.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ridurre l’acrilammide nei prodotti da forno partendo direttamente dal campo.</strong> È la prospettiva aperta da una ricerca coordinata da Rothamsted Research, nel Regno Unito, che ha valutato in prove biennali di pieno campo linee di frumento tenero modificate con la tecnica CRISPR/Cas9 (quella delle TEA, Tecnologie di Evoluzione Assistita) per accumulare meno asparagina libera nella granella. <strong>Scopriamo perchè questa ricerca apre prospettive interessanti per la sanità della nostra alimentazione a base di cereali.</strong></p>
<p>Il lavoro, pubblicato su <em>Plant Biotechnology Journal</em> e ripreso dal <em>Guardian</em>, ha interessato la varietà Cadenza. I ricercatori hanno disattivato il gene TaASN2, coinvolto nella sintesi dell’asparagina, ottenendo una riduzione media del 59% di questo amminoacido. In una seconda linea, nella quale è stato parzialmente inattivato anche TaASN1, la diminuzione è arrivata al 93%. In entrambi i casi non è stata osservata una riduzione della resa.</p>
<h2>Perché conta l’asparagina</h2>
<p>Il collegamento con la sicurezza alimentare emerge durante la trasformazione. Come spiega Patrizia Vaccino del CREA di Vercelli, «l&#8217;acrilammide è un contaminante di processo che si forma durante la cottura ad alte temperature (generalmente superiori a 120 °C), come nel caso di tostatura, cottura al forno e frittura di prodotti a base di cereali. La sua formazione è dovuta principalmente alla reazione tra l&#8217;asparagina libera, un amminoacido naturalmente presente nei cereali (frumento, mais, orzo e riso), e gli zuccheri riducenti nell&#8217;ambito della reazione di Maillard». Esiste, poi, una variabilità tra le numerose varietà di frumento: ne esistono, infatti, alcune che naturalmente hanno un minor contenuto di asparagina rispetto ad altre, per motivi genetici.</p>
<p>«Poiché l&#8217;acrilammide è classificata come potenzialmente cancerogena per l&#8217;uomo, la sua presenza negli alimenti rappresenta una preoccupazione per la sicurezza alimentare, e i prodotti cerealicoli, in particolare biscotti, cereali per la colazione, cracker e pane tostato, contribuiscono in modo significativo all&#8217;esposizione alimentare» prosegue Patrizia Vaccino.</p>
<p>Le farine ottenute dalle linee CRISPR sono state utilizzate per produrre pane e biscotti. La minore presenza del precursore si è tradotta in una sensibile riduzione dell’acrilammide: in alcuni campioni di pane il composto è risultato al di sotto dei limiti di rilevabilità anche dopo la tostatura.</p>
<p>Il confronto con una linea ottenuta mediante mutagenesi chimica tradizionale è significativo anche in chiave agricola. Questa tecnica aveva ridotto l’asparagina libera del 50%, ma con una penalizzazione della resa prossima al 25%, attribuita dagli autori alla possibile presenza di mutazioni indesiderate. Il genome editing ha, invece, consentito di intervenire in modo mirato sui geni selezionati, senza riduzioni della resa.</p>
<h2>Una caratteristica di filiera</h2>
<p>«La riduzione dell&#8217;acrilammide può essere perseguita attraverso un approccio integrato che coinvolge l&#8217;intera filiera agroalimentare, dalla produzione della materia prima fino alla trasformazione industriale», sottolinea Patrizia Vaccino. Il risultato britannico mostra, quindi, il possibile valore di un frumento selezionato non soltanto per resa, proteine e attitudine tecnologica, ma anche per una caratteristica legata alla formazione di contaminanti di processo.</p>
<p>Per agricoltori, centri di stoccaggio e primi trasformatori si tratta, per ora, di una prospettiva e non ancora di una nuova varietà disponibile sul mercato. <strong>Se queste linee prodotte con le TEA arriveranno alla coltivazione commerciale, la filiera dovrà valutarne stabilità agronomica, adattamento ai diversi ambienti, qualità molitoria e gestione separata delle partite.</strong></p>
<p>Il miglioramento genetico, inoltre, non sostituisce le buone pratiche di campo. <strong>Patrizia Vaccino ricorda che la riduzione dell’asparagina libera è ottenibile anche «attraverso l&#8217;adozione di pratiche agronomiche appropriate, quali una gestione equilibrata delle lavorazioni del terreno e della fertilizzazione e la limitazione degli stress biotici e abiotici»</strong>.</p>
<h2>Dalla granella alla cottura</h2>
<p><strong>Nell’Unione europea il Regolamento 2017/2158 stabilisce livelli di riferimento per diverse categorie alimentari e richiede misure di mitigazione lungo la filiera, ci spiega Vaccino. L’intervento varietale rappresenta, dunque, una delle leve possibili. Resta importante anche la trasformazione e, quindi, approcci che comprendano, ad esempio, l’impiego dell’enzima L-asparaginasi e il controllo di temperatura, tempo e umidità durante cottura, tostatura e frittura.</strong></p>
<p>«Vista la rilevanza della problematica, sono numerosi gli studi attualmente in corso per sviluppare strategie efficaci di mitigazione. Tra le innovazioni più promettenti vi è il genome editing mediante tecnologia CRISPR/Cas9», conclude Patrizia Vaccino. La ricerca inglese rafforza questa prospettiva: abbassare il contenuto del precursore già nella granella potrebbe facilitare il rispetto dei livelli di riferimento europei e offrire alla filiera cerealicola un nuovo parametro qualitativo, da affiancare a quelli oggi utilizzati per valorizzare il frumento.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>PAC, ANTICIPI E NUOVI SOSTEGNI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/pac-anticipi-e-nuovi-sostegni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 22:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[PAC]]></category>
		<category><![CDATA[Regolamenti]]></category>
		<category><![CDATA[sostegni]]></category>
		<category><![CDATA[triloghi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=9792</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal pagamento anticipato della PAC 2026 al negoziato sulla riforma 2028-2034: cosa può cambiare per le aziende cerealicole.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per la prima volta, gli anticipi della campagna PAC partiranno già nel mese di luglio. Dal <strong>26 luglio Agea avvierà il pagamento degli anticipi PAC 2026</strong>, mettendo a disposizione del comparto circa 1,6 miliardi di euro, con una parte significativa delle risorse prevista entro l’8 agosto. Per molte aziende agricole si tratta di liquidità che arriva in una fase delicata, segnata dall’aumento dei costi e dalla forte instabilità dei mercati.</p>
<p>L’accelerazione dei pagamenti riguarda, però, l’attuale programmazione. Nel frattempo, a Bruxelles prosegue il confronto sulla <strong>PAC 2028-2034</strong>, destinata a cambiare in modo sostanziale il meccanismo degli aiuti. Per i cerealicoltori il punto non sarà soltanto quanto denaro resterà disponibile ma, soprattutto, come l’Italia sceglierà di distribuirlo.</p>
<h2><strong>Il negoziato entra nella fase decisiva</strong></h2>
<p>La Commissione europea ha presentato nel luglio 2025 la proposta per la nuova PAC. Parlamento Europeo e Consiglio stanno ora elaborando le rispettive posizioni, prima dell’avvio dei triloghi che porteranno al testo definitivo.</p>
<p>Ne parliamo con Ermanno Comegna, economista agrario, che ci spiega come il percorso stia procedendo, anche se non senza difficoltà: «Parlamento e Consiglio hanno lavorato intensamente nelle ultime settimane. È ragionevole attendersi le rispettive posizioni comuni e, successivamente, l’avvio dei triloghi all&#8217;inizio del 2027».</p>
<p>I fronti aperti sono almeno tre: il regolamento settoriale della PAC, quello sul nuovo fondo che dovrebbe riunire diverse politiche europee e le norme sul <strong>bilancio pluriennale 2028-2034</strong>. È quest’ultimo a determinare lo spazio reale entro cui potranno essere costruiti gli interventi.</p>
<h2><strong>Il nodo delle risorse</strong></h2>
<p>La proposta della Commissione garantisce almeno <strong>300 miliardi di euro per sostegno al reddito e gestione delle crisi</strong>, all’interno di un impianto finanziario più ampio e flessibile. La preoccupazione del settore agricolo nasce, però, dal confronto con la dotazione attuale e dal rischio che l’agricoltura debba competere maggiormente con altre priorità europee e nazionali.</p>
<p>«Ci troviamo di fronte a una situazione di carenza di risorse per l’agricoltura», osserva Comegna. Alcuni margini potranno derivare dalle quote che gli Stati membri avranno facoltà di indirizzare verso i territori rurali o verso la PAC. Ma non si tratta di automatismi: ogni scelta dovrà essere negoziata a livello nazionale con gli altri comparti destinatari dei fondi europei.</p>
<p>Per questo, il budget agricolo finale non dipenderà soltanto da Bruxelles. Peseranno anche le decisioni che il Governo italiano assumerà nella costruzione del proprio piano.</p>
<h2><strong>Addio ai titoli, pagamento per ettaro</strong></h2>
<p>Tra le novità più rilevanti c’è la prevista <strong>eliminazione dei titoli storici</strong>. Il sostegno disaccoppiato dovrebbe essere sostituito da un pagamento per superficie, con un importo standard nazionale collocato, nella proposta, tra <strong>130 e 240 euro per ettaro</strong>.</p>
<p>Il pagamento sarà, però, decrescente all’incrementare dell’importo complessivamente percepito dall’azienda e potrà essere sottoposto a un tetto massimo. <em>Degressività</em> e <em>plafonamento</em> restano tra i punti più discussi: alcuni Stati chiedono che diventino facoltativi, mentre la Commissione difende il principio di una redistribuzione più marcata.</p>
<p>«La Commissione intende mantenere il principio della degressività, secondo cui i pagamenti disaccoppiati diminuiscono man mano che cresce l’importo riconosciuto al beneficiario», spiega Comegna. Per le aziende cerealicole di maggiori dimensioni questo è un passaggio da seguire con particolare attenzione, perché il nuovo sistema potrebbe ridurre il vantaggio oggi derivante dal possesso di titoli elevati o da grandi superfici.</p>
<h2><strong>La vera partita si giocherà in Italia</strong></h2>
<p>Una volta stabilito l’importo nazionale di riferimento, lo Stato dovrà differenziarlo in favore dei territori e dei gruppi di agricoltori con un maggiore <strong>fabbisogno di reddito</strong>. È qui che si apre la questione decisiva per i seminativi.</p>
<p>L’Italia potrebbe, per esempio, distinguere tra cerealicoltura in asciutta e seminativi irrigui, tra pianura e collina, oppure riconoscere un sostegno superiore alle aree con rese strutturalmente più basse. L’unica categoria per la quale la maggiorazione si conferma obbligatoria per tutti gli Stati Membri è quella dei giovani agricoltori; tutte le altre priorità dovranno essere motivate nel piano nazionale.</p>
<p>Per una cerealicoltura collinare, ad esempio, che produce 30-40 quintali per ettaro, il sostegno potrebbe derivare dalla somma di più componenti: pagamento disaccoppiato differenziato, aiuto accoppiato, indennità per svantaggi naturali e misure agroclimatico-ambientali.</p>
<p>Anche gli <strong>aiuti accoppiati</strong> conserverebbero un ruolo importante. La proposta consente di destinare fino al 20% delle risorse, con un ulteriore 5% per le colture proteiche. La scelta delle colture e dei settori beneficiari sarà, però, ancora una volta nazionale.</p>
<p>La nuova PAC, dunque, non prefigura un unico risultato per tutte le aziende. Per i cerealicoltori il passaggio dai titoli a un sostegno calibrato sui fabbisogni può diventare un rischio oppure un’opportunità. Molto dipenderà dalla capacità italiana di leggere correttamente le differenze tra i sistemi produttivi e di trasformarle in criteri chiari, selettivi e applicabili.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>DURO 2026, QUALITÀ OLTRE LE PROTEINE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/qualita-oltre-le-proteine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 22:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[mercati]]></category>
		<category><![CDATA[pasta]]></category>
		<category><![CDATA[proteine]]></category>
		<category><![CDATA[rese]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=9758</guid>

					<description><![CDATA[<p>I primi grani duri 2026 mostrano buone caratteristiche. Le proteine calano soprattutto dove le rese sono elevate ma la qualità resta positiva.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="3919" data-end="4232">Le proteine sono il parametro più discusso del raccolto di <strong data-start="3978" data-end="3997">grano duro 2026</strong> ma i primi riscontri dei molini invitano a non giudicare le partite attraverso un solo numero. Peso specifico, vitrosità, colore, bianconatura, qualità del glutine e sanità restituiscono, infatti, un quadro complessivamente favorevole.</p>
<p data-start="4234" data-end="4584">Il dato coincide con le prime stime Italmopa: circa 4,1 milioni di tonnellate a livello nazionale, sopra la media dell’ultimo quinquennio, con buoni pesi specifici e un contenuto proteico mediamente inferiore al 2025. La Puglia supererebbe un milione di tonnellate, il risultato più elevato dell’ultimo decennio.</p>
<h2 data-section-id="16h3knf" data-start="4586" data-end="4628">Tavoliere, rese elevate e meno proteine</h2>
<p data-start="4630" data-end="4956">Dal proprio osservatorio sulle filiere pugliesi, Giandomenico Marcone di Granoro ci descrive una materia prima di ottimo livello. «Eccetto le proteine, leggermente più basse rispetto agli altri anni, le altre caratteristiche sono eccellenti: il grano ha un bel peso specifico, un bel colore, molta vitrosità e poca bianconatura».</p>
<p data-start="4958" data-end="5516">La riduzione viene stimata mediamente tra mezzo punto e un punto. Nel Tavoliere, però, la campagna è stata particolarmente produttiva, con punte intorno ai <strong data-start="5114" data-end="5140">60 quintali per ettaro</strong>. In queste condizioni può emergere il noto effetto di diluizione: se la quantità di amido accumulata nella granella aumenta più dell’azoto assorbito e traslocato, la percentuale di proteine diminuisce pur in presenza di una coltura ben riuscita. Una dinamica già evidenziata nelle prime analisi del raccolto pubblicate da Grano Italiano.</p>
<p data-start="5518" data-end="6004">Una nutrizione azotata efficace, infatti, deve essere commisurata alla resa attesa, alla fertilità del terreno e alle condizioni termopluviometriche. Per ottenere proteine elevate e ridurre la bianconatura è particolarmente importante che l’azoto sia disponibile durante la granigione. Questo non significa aumentare indiscriminatamente le dosi ma calibrare e frazionare gli apporti in funzione di suolo, varietà e potenziale produttivo.</p>
<h2 data-section-id="1nzlauw" data-start="6006" data-end="6044">Il glutine conta quanto le proteine</h2>
<p data-start="6046" data-end="6450"><strong>Per la trasformazione, il tenore proteico non esaurisce il giudizio tecnologico</strong>. Marcone sottolinea come la qualità dle glutine sia un parametro fondamentale, oltre la percentuale di contenuto proteico. Semole e pasta potranno, quindi, avere qualcosa in meno in termini di proteine, senza che ciò implichi automaticamente una perdita equivalente di tenuta tecnologica.</p>
<p data-start="6452" data-end="6758">Spostandoci al Nord Italia, anche i primi ritiri di Molini Certosa tra Pavese e Alessandrino confermano buone rese, pesi elevati e assenza di criticità sanitarie. Barbara Soravia segnala una situazione variegata ma in cui le partite si collocano mediamente oltre il 13% di proteine, pur essendo ancora presto per fare un quadro complessivo.</p>
<p data-start="6979" data-end="7257" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Il raccolto sembra, dunque, gestibile per i molini, anche attraverso la selezione e la miscelazione delle diverse partite. Il quadro definitivo, tuttavia, potrà essere tracciato soltanto tra fine agosto e settembre, dopo l’arrivo di volumi più consistenti e provenienze più ampie. Le previsioni relative al duro estero, poi, non confermano le criticità temute nei mesi precedenti: i raccolti canadesi dovrebbero essere nella media dal punto di vista dei volumi e la filiera non dovrebbe entrare in crisi dal punto di vista della disponibilità di prodotto.</p>
<p data-start="6979" data-end="7257" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
<p data-start="6979" data-end="7257" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><strong><em>Puoi seguirci anche sui social, siamo su <a href="https://www.facebook.com/granoitaliano1" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="19" data-cmp-ab="2">Facebook</a>, <a href="https://www.linkedin.com/company/granoitaliano" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="60" data-cmp-ab="2">Linkedin</a> e <a href="https://www.instagram.com/granoitaliano.eu/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Instagram</a></em></strong></p>
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		<title>SELEZIONE RAPIDA CON L&#8217;AI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/selezione-rapida-con-ai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 22:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varietà]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[miglioramento genetico]]></category>
		<category><![CDATA[selezione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=9706</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alberto Guidorzi spiega perchè l'intelligenza artificiale è una risorsa</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Diciamo subito che IA non potrà mai sostituite l’occhio del creatore varietale, lo può invece assistere convenientemente. Gli potrà far risparmiare tempo nella creazione e rendere molto meno aleatoria le scelte<em>. </em><em> L’IA deve essere guidata dall&#8217;esperienza umana e alimentata da dati di qualità. Senza questi, è impossibile sviluppare modelli robusti</em><em>. </em>Nei tempi passati, per creare una varietà di specie erbacea occorrevano tra i 10 ed i 12 anni, ma senza essere sicuri del successo commerciale, perché le valutazioni agronomiche erano troppo limitate. Paradossalmente di una varietà si scoprivano gli atout o i punti deboli (più i secondi che i primi), ma solo dopo averla creata. Grazie all’IA, i selezionatori possono analizzare migliaia di dati in pochi secondi, un’operazione che prima avrebbe richiesto anni e migliaia di persone.</p>
<h2>Differenza significativa</h2>
<p>L&#8217;IA fa una differenza significativa anche negli impianti di produzione di sementi. In ogni fase di selezione, telecamere, rilevatori e luci a infrarossi sono posizionati per identificare eventuali anomalie. I semi che non soddisfano i criteri desiderati in termini di colore, dimensione o forma vengono rimossi dalla linea di confezionamento. Queste fasi, senza l&#8217;aiuto di questi strumenti all&#8217;avanguardia, non potrebbero essere così precise. Ogni risultato delle prove in campo viene ora contestualizzato dall’IA: le prestazioni di una varietà non vengono più semplicemente osservate, ma spiegate e previste in base alla località, all’annata, alla micro-parcella e al patrimonio genetico della pianta. Uno dei grandi vantaggi dell&#8217;intelligenza artificiale è la possibilità di partire da una pianta desiderata e determinare quali incroci effettuare per realizzarla (resa, resistenza alle malattie, qualità dell&#8217;olio o del grano).</p>
<p>Addirittura, alcuni laboratori stanno anche lavorando su modelli computerizzati che simulano la crescita delle piante in base al loro genoma e all&#8217;ambiente.  Tutto può essere previsto grazie alla raggiunta conoscenza del genoma e alla potenza di calcolo dell’IA. Questo approccio ribalta il metodo tradizionale: invece di creare migliaia di varietà e selezionare le migliori, ora possiamo simulare piante virtuali e pianificarne con precisione lo sviluppo. La gamma di possibilità si amplia e il tempo necessario per la creazione di varietà si riduce considerevolmente.</p>
<h2>L&#8217;AI va oltre i modelli genetici</h2>
<p>L&#8217;intelligenza artificiale non si limita ai modelli genetici. Gioca un ruolo importante anche nell&#8217;osservazione diretta delle piante. Droni, sensori LiDAR, trappole gialle per il rilevamento degli insetti: tutti questi strumenti utilizzano algoritmi per misurare la biomassa, monitorare lo stato di salute delle colture e caratterizzare l&#8217;ambiente. Essi aumentano enormemente la quantità di dati raccolti e consentono di perfezionare ulteriormente i modelli e ottimizzare la selezione varietale. Intendiamoci bene: l&#8217;intelligenza artificiale non crea dati; può solo prevedere ciò che ha appreso e che noi gli abbiamo fornito. La qualità delle informazioni e la sicurezza dei dati sono essenziali per garantire affidabilità e riservatezza, nonché per preservare il vantaggio competitivo di un&#8217;azienda. L’IA può essere un valido strumento di valutazione accelerata dei test di qualità delle sementi (germinabilità e vigore vegetativo).</p>
<p>Molti dei caratteri agronomici importanti sono retti da una serie di geni ad effetto additivo e non da un solo gene; questo è un handicap anche per gli algoritmi dell’IA, dal momento che risulta molto più difficile prevedere il fenotipo che ne scaturirà; ecco che allora viene in aiuto la metodologia Crispr che può dirci, silenziando o potenziando quegli alleli, l’effetto più preciso prodotto da ciascuno. Possiamo cioè creare piante “cavie” per studiarle. La ricerca sviluppa anche delle tecniche di spiegazione e visualizzazione delle decisioni prese dai modelli di IA ed in questo modo si vengono a conoscere le potenzialità dell’IA. Ci sono ora modelli ricavati tramite l’IA che predicono le rese delle coltivazioni di grano in presenza di differenti scenari climatici e quindi consentono di indirizzare la ricerca verso varietà che si comporteranno più resilientemente.</p>
<h2>Una risorsa per la scienza</h2>
<p>L’IA può aiutarci a meglio utilizzare i fattori di produzione, indicandoci le combinazioni ottimali e i momenti ottimali per intervenire. Abbiamo un enorme patrimonio varietale dismesso, perché non individuare quelle che meglio si adattano ad ambienti particolari del terzo mondo e regalare questo materiale per farlo da loro riprodurre ed utilizzarlo senza nessun gravame? D’accordo sarà qualcosa di non aggiornato, ma lo è per noi, mentre per loro si tratterà sempre di un salto di qualità. Tuttavia continuando queste modifiche climatiche, tutto il materiale varietale fino ad ora utilizzato con successo deve essere riadeguato, non vi è specie coltivata che sfugga a questa impellente esigenza, i metodi passati non sono adeguati a dare una risposta in tempi consoni alle esigenze.</p>
<p>Oggi abbiamo anche esigenze che non possiamo più negligere come quella di ricorrere all’IA e alle biotecnologie; chi le aborrisce ha solo una visione di retroguardia. La genetica italiana è pronta alla sfida? NO!!! Non possediamo più un germoplasma adeguato perché la nostra creazione varietale è finita 50 anni fa e più. Di conseguenza non abbiamo neppure i dati da fornire agli algoritmi dell’IA perché ci aiuti. Dipendiamo da tempo dalla creazione varietale estera, ma questa non risponderà mai a tutte le nostre esigenze; pertanto, siamo destinati a divenire ancora più tributari.</p>
<p><em>Autore: Alberto Guidorzi, già rappresentante per l&#8217;Italia di Florimond Desprez</em></p>
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